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Dell’ascesa di Donald Trump (o del capitalismo insostenibile)

Trump ha vinto quando, con la sconfitta del socialismo reale, politici e pensatori occidentali hanno smesso di immaginare la possibilità di un sistema economico alternativo al capitalismo.

Oggi che il capitalismo si dimostra insostenibile – vuoi per l’incremento demografico, vuoi per le comunicazioni veloci, per la fine del lavoro classicamente inteso o per le grandi migrazioni – le classi subalterne (quelle più deboli, povere e, troppo spesso, ignoranti, in lotta permanente contro poteri forti, banche, scie chimiche e big-pharma) rivolgono le loro speranze di riscatto a chi promette un mondo dai confini stabili, più piccolo e grigio, che tanto ricorda i bei tempi del “capitalismo felice”, quelli dell’operaio con potere d’acquisto e consumo, quello con la casa di proprietà, l’auto già pagata e lucidata in giardino, cui a volte – in Europa – erano concessi persino diritti sindacali.

In questa fase di transizione e di reazione da parte degli stati-nazione e dei pochi detentori della ricchezza sarebbe necessario mantenere saldi alcuni principi e obiettivi del vivere felice come l’equa distribuzione del reddito, dei beni e servizi essenziali, delle possibilità; l’accoglienza e la solidarietà; tanta tanta fantasia.

Invece no.

I nostri figli magari, forse i nostri nipoti, potranno vivere in un nuovo sistema economico (che non abbiamo ancora abbastanza fantasia per immaginare) in cui il reddito verrà distribuito in modo differente da quello attuale, con ogni probabilità su basi diverse da quelle pensate da Marx.

Magari i nostri figli avranno meno paura.

Per adesso no.

[Foto di copertina: Gage SkidmoreLicenza CC BY-SA 2.0]

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