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Goffredo al Papeete

Un espediente narrativo abusato da chi racconta la cronaca nera in televisione è quello di identificare i protagonisti di vicende scabrose con i soli nomi di battesimo, per annullare la distanza tra il telespettatore, la vittima e il presunto assassino: la casalinga di Voghera capisce subito che Yara potrebbe essere sua figlia, Amanda quella dei vicini e che questi, a pensarci bene, si comportano proprio come Olindo e Rosa.

Lo stesso subdolo stratagemma viene utilizzato per la comunicazione politica di questo governo, dove, ad esempio, il ministro degli interni chiama “Carola” il capitano Rackete della Sea Watch, per sminuirne l’autorità, e il ministro delle infrastrutture chiama confidenzialmente “Paolo” il giudice Borsellino, annullando ogni differenza tra sé stesso e l’eroe – uno vale uno! – e non rinunciando, tuttavia, alla retorica stucchevole del ricordo istituzionale.

Il ministro degli interni, sabato scorso, ha fatto ballare “Fratelli d’Italia” alle cubiste del Papeete: credo che sia un passaggio importante, questo, per capire dove stiamo andando, per comprendere che il nemico che dobbiamo combattere oggi non è più solamente il dannato nostalgico fascista che canta impettito l’inno di Mameli ma anche l’idiota nostalgico della nazionale del 2006 che urla la marcetta di Goffredo, miscelandola – sguaiatamente – con il popopopò rubato a Seven Nation Army.

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