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L’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese

La moglie dell’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese domandò se volessimo un caffè.

“Io lo prendo, grazie” disse il tecnico delle luci.

“Nessun altro?”, chiese la donna con fare retorico.

“Lei non lo vuole?”, domandò al ragazzo timido e per nulla indaffarato che osservava i quadri appiccati alle pareti.

Il giovane tentennò poi rispose che “sì, ne prenderò una tazzina”.

“Anche due o tre, se ne vuole”, scherzò la signora.

Il ragazzo arrossì accennando un sorriso e si passò una mano tra i capelli.

La giornalista rispose al telefono, “tutto bene”, disse alla redazione, “nessun problema”.

L’addetto ai microfoni chiamò a sé il giovane impacciato, gli disse “Francesco, facciamo una prova”.

Lo fece sedere sul divano di fronte alle telecamere e indossò grandi cuffie nere, “Fra’, dì qualcosa”.

“Prova”, disse Francesco.

“Parla”, disse il microfonista.

“E cosa devo dire?”

“Qualcosa, qualsiasi cosa”

Nel mentre, la moglie dell’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese arrivò con i due caffè.

Il tecnico delle luci girandosi diede un colpo con il gomito al vassoio della signora, facendo finire i caffè a terra, le tazzine e la zuccheriera in mille pezzi.

“Sono mortificato”, disse il tecnico.

“Non si preoccupi, c’è dell’altro caffè in cucina ma, mi faccia il piacere, si serva da solo, le tazzine sono nello sportello sopra il lavabo”

La donna aprì una porta a soffietto, tirò fuori straccio, scopa e paletta e si adoperò per pulire il pavimento.

Ad un certo punto il microfonista disse “a posto” e Francesco si alzò dal divano, la moglie dell’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese, chinata per raccogliere i cocci, gli disse “vai in cucina, c’è del caffè per te, le tazzine sono nello sportello sopra il lavabo”.

Francesco ringraziò.

La giornalista trovava fastidiosa la cordialità della padrona di casa.

Attese che avesse raccolto tutti i cocci poi le disse “quando potremo vedere suo marito?”

“Si sta preparando”, rispose la donna.

“Posso fumare?”, chiese la giornalista.

“Fumare in casa è vietato anche a mio marito”, sospirò ammiccando, “ma il terrazzo è zona franca, può andare lì”.

Francesco stava bevendo il suo caffè, “Frà, fumi?”, lui arrossì per l’ennesima volta, lei gli porse il pacchetto, lui prese una sigaretta.

“Allora, sei emozionato?”, chiese lei.

“Mai avrei immaginato di partecipare ad un evento del genere”.

Colpi di clacson, “deve aver vinto la Roma”, disse Francesco.

Giovani in motorino sfrecciavano con le bandiere spiegate a festa, il cuore di Francesco rideva, la giornalista spense la sigaretta a metà e il ragazzo si sentì in obbligo di fare altrettanto.

Poi la moglie dell’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese chiese al giovane se gli fosse piaciuto il caffè, quello annuì e ringraziò.

“Marica?”, domandò l’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese entrando nel suo salotto, il volto segnato dalle vicende degli ultimi mesi, emaciato, il capello sempre più grigio, eppure nello sguardo e sulle labbra una vitalità che forse non aveva mai avuto.

“Amore”, rispose sua moglie, “lei è la giornalista”, disse facendo le presentazioni.

“Scusate se vi ho fatto aspettare”, quindici secondi di silenzio, “la Roma ha vinto”.

“È un onore incontrarla”, disse la giornalista stringendogli la mano.

L’uomo non rispose e spostò l’attenzione sul ragazzo che le stava a fianco.

“Come ti chiami, ragazzo?”, sorrise con i baffi.

“Sono uno stagista, signore”, rispose il ragazzo con tono di subalternità accendendosi in volto.

“Non hai un nome, Stagista?”

“Mi chiamo Francesco”

Silenzio.

Poi l’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese strinse le mani al tecnico delle luci, al microfonista, alla truccatrice, “dovrei truccarla, siamo in ritardo”.

“Nessun trucco, grazie”, la scansò l’uomo.

“Saremo in onda tra dieci minuti”, disse la giornalista.

“Mi accomodo sul divano e raccolgo i pensieri”, rispose l’uomo.

Una piccola pausa, poi domandò “Marica può sedere accanto a me?”, l’uomo prese posto al centro del divano, disse “Marica, vieni qui amore”.

Ultime verifiche, voci basse, poi un segnale dallo studio.

“Andiamo in onda tra due minuti”, disse la giornalista alla coppia seduta sul divano.

L’uomo annuì tenendo gli occhi chiusi.

Il tecnico dell’audio disse che eravamo in onda, l’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese aprì gli occhi.

Sembrava attento e divertito, stringeva la mano della sua signora.

Come se fosse necessario introdurlo al pubblico, la giornalista tratteggiò brevemente la storia di quell’uomo, poi domandò: “come sta?”

“Io bene, e lei?”, scherzò l’uomo.

“Bene, la ringrazio”

“Cosa ha fatto in questi mesi?”

“Ho pensato”, fece una pausa, “molto”, scandendo ogni lettera.

“Cosa si sente di dire a chi la accusa di aver ucciso la parte migliore del nostro Paese?”

“Le racconterò un aneddoto. Parecchi anni fa un vecchio compagno mi rivelò che non era mai stato un partigiano come tutti credevano fosse stato. Era stato un semplice disertore, fuggito in montagna per non essere chiamato in guerra. L’importante, mi spiegò, è che i cittadini abbiano quel che vogliono: vogliono un partigiano, abbiano un partigiano. Ecco, quando la parte migliore del nostro Paese è sparita, cosa altro potevamo fare se non fingere di esserlo? La parte migliore del nostro Paese non esiste più da parecchio tempo. Ma non sono l’unico ad averne la responsabilità. Quel ragazzo”,  domandò gelando il cuore di Francesco, “può venire a sedere qui con noi?”

La giornalista presa alla sprovvista, disse “sì, certamente”.

“Vieni Francesco, vieni qui”, disse l’uomo.

Il ragazzo inciampò nel tappeto ma riuscì a mantenersi sulle gambe, l’uomo accomodò il cuscino del divano, “siedi, Francesco”.

L’uomo strinse la mano della moglie più vigorosamente, lei abbassò lo sguardo e sorrise.

“Ecco”, l’uomo guardò dritto verso la mia telecamera, “se la parte migliore del nostro Paese non esiste più la responsabilità è anche”, pausa, “e soprattutto”, sottolineò, “di Francesco. Tu, Francesco, dovresti aver voglia di uccidermi”

Confuso, il ragazzo si frugava tra i capelli.

Il fascino dello sguardo di quell’uomo, il modo in cui accompagnava le parole con gli occhi, mi emozionarono.

“Noi. Io. I tuoi genitori. Ti abbiamo rincoglionito”

“Signore, la prego, siamo in fascia protetta”.

Per un attimo il regista fece tornare la giornalista sullo schermo, poi la spia rossa della mia telecamera tornò a lampeggiare ed ero di nuovo in onda.

“Chiedo scusa”, disse l’uomo sorridendo.

“Dicevo, dunque”, riprese il discorso guardando negli occhi lo stagista, “credo che tu ti sia accorto che qualcosa non funziona”

Il ragazzo annuì restando muto.

“Sai benissimo che qualcosa non va, lo hai scritto su facebook e ne hai discusso con i tuoi amici durante l’aperitivo, hai mangiato, bevuto, riso, a sera sei tornato nella tua stanza, hai giocato con il tuo I-phone, ma qualcosa non va, lo sai benissimo, ma in fondo è stata una bella giornata, domani avrai un’altra giornata tale e quale alla precedente, non sai cosa ti attende nel futuro ma il presente è, tutto sommato, gradevole, sbaglio?”

Francesco restò in silenzio

“E lo sai cosa c’è nel futuro? Niente. Io morirò, i tuoi genitori moriranno e tu sarai troppo vecchio. E il mio posto, quello dei tuoi genitori, il nostro posto sarà di ragazzi più giovani di te. E tu non avrai più l’I-phone, non avrai più l’aperitivo, non avrai più la tua stanza in affitto a Roma. Ma, nel frattempo, lo sai, sarà stato tutto molto bello”

L’uomo abbandonò la mano della moglie e alzò il braccio verso il soffitto implorando non si sa bene cosa.

“Se tu fossi nato trent’anni prima ora saresti, quantomeno, un impiegato ministeriale. Ma dimmi, ti saresti comportato diversamente da noi?”

Francesco era ormai completamente assente, il monologo dell’uomo invadeva tutti gli spazi, tutta la stanza, tutti noi.

“Non lo sapevamo, non sapevamo che non ci sarebbe stato abbastanza spazio per tutti. Se lo avessimo saputo! Avremmo fatto meno figli. Avremmo studiato un sistema diverso. Non lo sapevamo, siamo scesi a patti con gli industriali e con i fascisti per mantenerci a galla. Adesso è troppo tardi”

L’uomo si alzò in piedi, “a nome dell’ex parte migliore del nostro Paese devo chiedere scusa a te, Francesco, e a tutti i nostri figli”

Diede le spalle alla telecamera e si chinò sul divano.

Quando si alzò, porse una rivoltella a Francesco, gli disse “sparami”.

La moglie dell’uomo più importante della parte migliore del nostro Paese rimase seduta come se niente stesse accadendo.

Lo stagista non disse parola, fece cenno di no col capo, strinse gli occhi cercando di uscire fuori da quella situazione irreale, poi si voltò, disse no, uscì umiliato dal salotto per andare in cucina, lo seguii con lo sguardo abbandonando a se stessa la telecamera.

La giornalista abbandonò la sua poltrona e si avvicinò all’uomo afferrandogli il polso.

“Lo sa cosa resterà nella storia? Si dirà che il tracollo di questo Paese, la morte di milioni di giovani, si dirà che la responsabilità è”, deglutì l’uomo, “si dirà che la responsabilità è stata tutta mia”.

La giornalista non lasciò la presa sul suo polso. Guardò la moglie dell’uomo come ad implorarla di intervenire: la donna restò seduta impassibile.

“E’ dunque mia responsabilità dare inizio ad un nuovo corso, svegliare i nostri figli e salvarne il più possibile”, guardò verso la mia telecamera.

Una lacrima gli scese dall’occhio destro, sembrò rilassarsi.

La giornalista lasciò la presa sul polso.

Con un gesto repentino l’uomo si portò la piccola pistola alla tempia e sparò.

“Ti hanno ucciso, amore mio”, disse sua moglie mentre cercavamo, invano, di soccorrerlo.

[Foto di copertina: Markus Spiske | Pixabay | CC0 1.0 Universal]

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