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Le ultime parole di Gerald Ford

  1. Perdersi nello spazio e nel tempo è un bel casino quando hai solo cinque anni.

Tre colpi di tosse, distanti pochi secondi l’uno dall’altro, furono sufficienti alla signora Anna per decidere che suo figlio Matteo non avrebbe più lasciato la loro casa di Pontassieve fino al raggiungimento dell’età dell’obbligo scolastico.

D’accordo con il marito, la signora Anna lasciò il suo lavoro per dedicarsi giorno e notte all’educazione del figlio — successivamente demandata ad un tablet.

La vita familiare proseguì serenamente nonostante lo stipendio del signor Luigi non fosse granché.

Quando il bambino compì quattro anni, la signora Anna comunicò al marito di aver deciso di iscrivere Matteo ad una scuola d’inglese che si trovava dall’altro capo di Pontassieve.

“Non credi sia troppo lontano da casa?”

“Lo credo. Ma credo anche che sia necessario che Matteo impari l’inglese. Non c’è futuro per i giovani in Italia”

“E non temi che possa nuovamente contrarre la tosse?”

“Sì, lo temo. Ma preferisco un figlio malato bilingue ad uno sano monolingua. Credo che l’apprendimento dell’inglese sia un’esigenza prioritaria, non c’è tempo da perdere”

“E come pagheremo la scuola?”

“Rinunceremo al pranzo per qualche tempo. Non accetto repliche. È deciso”

La signora Anna accompagnò Matteo alla sua prima lezione e raccomandò all’insegnante un’attenzione particolare verso quel bambino che non poteva fare a meno della lingua inglese .

Poi si chiuse la porta della classe, la signora Anna restò in attesa che si aprisse di nuovo — ed eccola aprirsi di nuovo, ed ecco i bambini, e infine ancora quella stessa insegnante , e Matteo, no, non è Matteo —“Dov’è mio figlio?” —“Sono mortificata, signora. Probabilmente sarà già tornato a casa”.

  1. Quando sei perduto da quarant’anni è improbabile tornare a casa nel proprio spazio e nel proprio tempo

“Da bambino ho vissuto in questa casa”, disse il giovane con il cappello.

“Credo si confonda”, s’imbarazzò la signora Tina, “solo tre anni fa qui erano tutti campi di grano”.

Il giovane lanciò lo sguardo oltre la soglia dell’ingresso, indicò una bambina ranicchiata in un angolo che coccolava una bambola di pezza, “anch’io amavo starmene lì con il mio tablet, non avevamo il wi-fi in casa e solo in quel punto potevo rubare un po’ di banda al vicino”.

“Non so di cosa stia parlando, signore, ma devo chiederle di andarsene”.

Il giovane annuì come a chiedere scusa, la signora Tina fece per chiudere la porta, poi il ragazzo, di slancio, buttò la donna a terra con una spallata.

“Mamma! Papà!”, urlò correndo verso il piano superiore, “sono tornato!” — poi, come ogni giorno, cadde a terra privo di sensi.

  1. La mancata conoscenza della lingua inglese limita la libertà di movimento nello spazio e nel tempo.

“È accaduto di nuovo”, pensò il vecchio svegliandosi.

“Gerald, what’s happened?”, domandò la signora Betty strattonandolo.

Restò in silenzio, rimpianse di non aver mai imparato l’inglese.

Ebbe la sensazione che quel corpo lo avrebbe lasciato da un momento all’altro — disse a Betty “mi piacerebbe tornare a casa, un giorno” — tre colpi di tosse — chiuse gli occhi a più di un oceano di distanza dal paese in cui sarebbe nato poco meno di dieci anni dopo.

Nei giorni del lutto Betty si tormentò domandandosi cosa volesse dirle il marito con quelle incomprensibili parole farfugliate in fin di vita.

“Damned arteriosclerosis”, concluse.

“Le ultime parole di Gerald Ford” è stato pubblicato precedentemente su Medium.
[Foto di copertina: Thomas J. O’Halloran | Library of Congress’s Prints and Photographs division]

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