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L’ultimo momento

incubo alla balenaEra una sera come tante altre quella, anche se gli parve, per un attimo, mentre guardava la partita in televisione seduto sulla solita poltrona con una birra in mano, che il suo cuore non battesse più o, quantomeno, stesse battendo piano e più tristemente del solito. Fu solamente un attimo, quello, ma lo distrasse tanto da perdersi un meraviglioso colpo di tacco del centravanti della sua squadra del cuore. Allora bestemmiò, un po’ per esultanza un po’ per la distrazione facile e stupida, si alzò dalla poltrona, andò al frigo e prese una birra.

Tornò a sedersi che ancora stavano replicando il gol da tutte le angolazioni, stappò la birra con l’accendino, la portò alla bocca e tirò un sorso. Il pavimento era pieno di bottiglie di birra vuote, il piccolo appartamento teneva stretto a sè il fumo delle sue mille sigarette perché fuori era freddo e non aveva voglia di aprire la finestra.

Si accorse con sorpresa che era una partita importante, decisiva per la vittoria del campionato, così diceva il telecronista alla televisione parlando anche di giocatori della sua squadra che lui credeva morti e sepolti tempo addietro. Allora si appassionò ancora di più alla partita, sorrideva cretino sorseggiando la sua birra e lanciava colpi bassi a tutti i santi per ogni azione di gioco finita male.

Perso tra il televisore, la sua birra e la sua sigaretta, il cuore cominciò a battere all’impazzata, stavolta non triste ma attento e serio, quando sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla destra. Quando si voltò non vide nessuno e allora pensò maledetto me, maledette le mie ansie, lo pensò ad alta voce. La paura doveva essere stata tanta perché svegliò la sua attenzione e si accorse solo allora di essere in mutande. Niente di serio. Era
in casa sua e poteva fare quel che voleva, solo che era convinto di non essersi mai levato i pantaloni da quel mattino e allora pensò di avere problemi di memoria o che qualcosa stesse funzionando storto.

Perse l’attenzione dalla partita, lasciò la poltrona ma non la birra, andò in camera sua. Si infilò di nuovo i pantaloni che stavano sul letto e, tirandoli su, quasi non cadde a terra, anzi, cadde all’indietro e doveva aver colpito la testa perché qualcosa non andava, vide il cielo ed era giorno ma non era un cielo che aveva già visto, anzi, pensò, del cielo non me ne è mai sbattuto il cazzo.

Una lunga strada dove non correvano automobili né persone, costeggiata da villette identiche, bianche splendenti con il tegolato di cotto rosso. Tutte avevano un giardino ed una macchina rossa nel cortile. Prese a camminare per quella strada, gettando un occhio qua e là per notare le differenze. Avanzando, ad ogni villetta l’erba diventava più verde e, penso che il detto popolare già lo conosciate, fatto sta che lui pensò a quel detto e notò che quel verde diventava sempre più accecante.

Continuò a camminare con gli occhi sempre più socchiusi quando una mano da dietro lo toccò ancora sulla spalla destra ma questa volta non si spaventò. Un vecchio uomo gli chiese di andare alla guerra. Io sono contro le guerre, gli disse. In realtà delle guerre non gliene fregava un cazzo, che gli uomini si sparassero tra di loro quando volessero, che gli sparassero una bomba atomica sulla testa anche in quel momento. Ma quel vecchio si fece talmente insistente che non poté fare altro che piazzargli un destro sul muso.

Frantumò a terra quasi che un carrarmato gli fosse passato sopra, il vecchio. Spaventato, entrò nella prima villetta sulla sinistra, tenendo il braccio destro a pararsi gli occhi da quel fastidioso verde del prato.

La porta era aperta ed appena entrato gli sembrò non ci fosse nessuno. Restò per qualche minuto sulla porta poi sentì di nuovo la voce del telecronista della partita che scandiva di nuovo il nome del centravanti, come appena qualche minuto prima. Seguì quella voce ed entrò nella cucina, una piccola televisione accesa sul frigorifero. Lo aprì, trovò una birra, prese dalle tasche dei pantaloni, che ora aveva, il suo pacchetto di sigarette. Stette per un po’ a bere e fumare quando un guasto elettrico dovette aver spento la televisione, allora pensò di uscire dalla casa.

Stava tornando nel corridoio quando da un’altra stanza sentì delle voci. Entrando vide una donna di spalle che giocava con due bambini. Non lo notarono, lui pensò di andarsene, poi si avvicinò a loro per chiedere scusa per essersi intrufolato in casa loro. La donna si voltò, aveva un volto familiare ma lui non la riconobbe, lei gli disse, sei a casa tua, puoi bere quello che vuoi, anzi, andiamo di sopra a far l’amore, voi bambini restate qui.

Lui la seguì ed ebbe un’altra volta la stessa sensazione di qualche ora prima, che il cuore non battesse se non piano e quasi controvoglia. Si sentì quasi mancare salendo le scale, poi ebbe di nuovo le forze. Lei lo prese per mano con forza e lo trascinò in una stanza da letto. La vide spogliarsi e poté vedere il suo corpo mangiato che non aveva più niente da offrire. Lui si avvicinò, spaventato e incuriosito. Lei lo baciò e mentre lo faceva le
cascarono i capelli. Fecero l’amore e poi lui corse in bagno a rigettare tutta la birra che aveva in corpo.

Quando tornò nella stanza da letto la donna non c’era più. Allora corse giù per le scale e la trovò ai suoi piedi, distrutta, senza vita. I bambini piangevano, lui li prese a sberle, poi prese la donna tra le sue braccia e nel sentire le sue ossa tra le mani, il suo peso inesistente, pensò che tutto ciò non fosse giusto. Pensò che ci dovrebbe essere sempre un ultimo momento, un momento per abbracciarsi e ridere o piangere o comunque un
momento per abbracciarsi e basta, in silenzio, prima di dividersi. E lo pensò talmente forte che avvertì quasi un desiderio di svegliarsi, e sentì il suo cuore battere a mille ed i suoi occhi che proprio non ce la facevano, non ce la potevano fare, le gambe ferme, bloccate, intorpidite. Allora restò nel vuoto ancora per un po’, stringendo forte il tempo a sé, avanti, indietro, adesso, dopo, prima. Qui.

Da questo racconto è stato tratto un fumetto disegnato da Flavia Barbera e contenuto nella raccolta Incubo alla balena

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