Mia madre astronauta

Ricordate lo sconosciuto che regalava caramelle piene di droga ai bambini all’uscita delle scuole? Era mio padre.

Quando si sparse la voce e nessun bambino fu più disposto ad accettare caramelle da uno sconosciuto, mio padre andò a lavorare in un cantiere come manovale, cadde da sette metri e restò paralizzato dalla vita in giù.

Dopo l’incidente mio padre fece causa al datore di lavoro, il quale sostenne che mio padre fosse un mitomane – «quello sconosciuto non ha mai lavorato per me».

Il giudice diede ragione al datore di lavoro e condannò mio padre al risarcimento del danno d’immagine causato alla ditta edile.

L’inabilità al lavoro del marito costrinse mia madre ad accettare un impiego come astronauta nella stazione spaziale internazionale Galileo XXIII.

Mio padre considerava sconveniente che una donna sposata dormisse per tanto tempo lontano da casa, chiusa in una stazione spaziale internazionale con otto uomini.

Ma mia madre spediva soldi ogni mese dallo spazio, comprando il silenzio e la birra con cui mio padre si anestetizzava ogni santa sera.

Io gli preparavo un pediluvio, lui mangiava le unghie, beveva birra e scriveva lettere d’amore ad Enrica Bonaccorti, «Guardo il cielo e vorrei prendere la stella più bella, tu, Enrica».

Poi io e mia sorella rubammo un po’ dei soldi inviati dalla mamma, fuggimmo da quello squallore e ce la cavammo abbastanza bene per un po’.

Affittammo una stanza ad Anguillara Sabazia con vista sul lago.

La proprietaria di casa fece un po’ di storie per la nostra giovane età, ma i nostri quindici e dodici anni non la turbarono più di tanto quando le consegnammo tre mesi di canone in anticipo.

Arrotondavamo lustrando smartphone e tablet per pochi spicci, poi mia sorella fuggì al nord con un napoletano di nome Carmine.

Rimasta sola, tornai a casa per Natale.

Mio padre l’aveva venduta a una coppia di lituani ed era andato a vivere con Enrica Bonaccorti – o così aveva raccontato ai signori Mansani, i nostri vicini di casa, che lo avevano visto allontanarsi solo e in carrozzina.

Restai per un po’ in strada con lo sguardo fisso verso il cielo.

Pensai a mia madre sconvenientemente in orbita con otto uomini.

Pensai che avrei potuto prendere un gatto.

Pensai a Enrica Bonaccorti e mio padre che si anestetizzavano di birra.

Pensai a mia sorella e a Carmine. Mi domandai se Babbo Natale conoscesse il nuovo indirizzo di mia sorella.

Ricordo che era una giornata piuttosto nuvolosa.

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