Poi preparo una crostata

Mark era atterrato in Italia pochi mesi dopo lo scoppio dell’Enorme Guerra.

Era partito da Boston (o da quel poco che ne restava), aveva attraversato l’Oceano viaggiando con sua figlia Rosemary su uno di quei jumbo sovraffollati (posti in piedi, bagno guasto) che ancora oggi paracaduterebbero i profughi americani senza permesso di soggiorno sull’Europa (paracaduti fuori norma, cordicelle spezzate, un numero di morti altissimo – per non parlare, poi, del dramma delle intere famiglie di migranti sparpagliate dal vento) se l’Unione non li minacciasse e colpisse, all’occorrenza, con i suoi siluri piazzati ad Oporto.

Mark e sua figlia Rosemary erano atterrati a pochi chilometri di distanza – il padre in mare e sua figlia su un pino – e si erano ritrovati nel centro di prima accoglienza di Sessa Aurunca, dove li ho incontrati per la prima volta.

Mark aveva insegnato letteratura americana in un liceo, sua figlia era appena pronta per le scuole elementari.

“Cerchiamo normalità”, diceva lui e, dopo averlo conosciuto meglio, gli proposi di mandare Rosemary a vivere con me, “la tratterò come una delle mie figlie, non avrò problemi ad ottenere la tutela”.

Mark rifiutò sdegnato. Cambiò idea quando riuscii a farlo assumere come ventiquattrorista nel supermercato nel quale lavoro.

“Cerchiamo tranquillità”, diceva Mark, e tranquillità voleva dire un lavoro e un permesso di soggiorno per lui e Rosemary, ed un lavoro ed un permesso di soggiorno per un immigrato irregolare americano voleva dire diventare un ventiquattrorista in un supermercato, non conoscere letti né poltrone, giorno o notte, obbedire, non fermarsi mai, abbronzarsi con i tubi a neon.

“Vogliamo vivere”, diceva Mark, e voleva dire “voglio che Rosemary viva”.

Quando Rosemary mi chiama mamma, mi chiede se suo padre avrebbe potuto salvarsi dal suo destino e le rispondo “purtroppo no, tesoro”, io mi domando perché abbiamo permesso che non si salvasse.

Poi preparo una crostata.

[Foto di copertina: Pixabay | CC0]
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