Ho ucciso Rodolfo Valentino

Ho ucciso Rodolfo Valentino

Questa mattina ho ricevuto una lettera del mio amore da Parigi, scrive che sta bene e che non crede che Rodolfo Valentino l’abbia seguita fin lì. Avrei voluto scriverle per dirle che Valentino non l’ha seguita e non potrà più farle del male – gli ho versato del fosforo nello champagne ed ora è morto – ma la sbadata non ha indicato il suo indirizzo sulla busta.

La mia stella era una grande attrice: ricordo che i tecnici del muto mi raccontavano come il suo silenzio fosse penetrante come pochi e come risparmiasse loro tantissimo lavoro – “se tutti gli attori fossero come sua moglie”, dicevano, “saremmo dei poveri disoccupati”. Divi come Keaton e Chaplin gareggiavano per ospitarla nei loro film, il mio amico Stan Laurel la corteggiava senza ritegno ed io, che l’avevo sposata, geloso ed orgoglioso, me ne stavo in casa a crescere le due figlie di quella donna che non aveva mai saputo parlare né emettere alcun suono fino al giorno in cui starnutì sul set, spaventandosi a morte per il rumore ed inventando, al contempo, il cinema sonoro.

Quel che molti non sanno – e che gente come Oliver Hardy fatica ad ammettere – è che fino allo starnuto di mia moglie il cinema non era stato costretto al silenzio da limiti tecnologici ma da una precisa scelta stilistica divenuta regola per consuetudine. La scena dello starnuto venne proiettata a ripetizione nei cinema di tutto il mondo: il pubblico amava i suoni, il cinema non aveva più bisogno di costringere al silenzio persone, animali, cose e città e così, in pochissimo tempo, tutti i tecnici del muto diventarono dei poveri disoccupati – tranne uno che trovò impiego come silenziatore dell’albero che cade nella foresta quando non c’è nessuno ad ascoltarlo.

Sfortuna volle che l’invenzione del cinema sonoro da parte di mia moglie – che aveva imparato sì a starnutire rumorosamente, ma non a parlare – avvenisse proprio pochi giorni dopo l’acquisto di un intero palazzo di Manhattan da parte di Rodolfo Valentino, il bell’attore che si era sottoposto qualche anno prima ad una rimozione delle corde vocali per non rischiare alcun suono durante le riprese.

Sommerso dai debiti ed escluso dal cinema sonoro, Valentino prese a perseguitare mia moglie con telefonate silenziose, a turbare la quiete della nostra famiglia inviando lettere nelle quali sosteneva che il padre delle mie due figlie fosse il mio amico Stan Laurel, ad inseguirla in strada con mutismi inquietanti.

Allora ho chiesto al mio amico Stan Laurel di allontanarsi dagli Stati Uniti per un po’ con mia moglie e le loro due figlie – ora sono a Parigi, lo ha scritto mia moglie nella sua lettera –, sono andato a Manhattan da Rodolfo Valentino, gli ho versato del fosforo nello champagne ed è morto.

Signor giudice, crede che abbia fatto abbastanza per guadagnarmi la sedia elettrica?

[Foto di copertina: A mourner grieves at the bier of Rudolph Valentino during the actor’s funeral]

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