Un ritorno

La scuola di Vivacchio nell’Emila sta nel punto più alto del territorio comunale – la raggiungo in bicicletta come nella primavera della mia quinta elementare – entravo in classe sudato e trionfante come Chiappucci – ho vissuto un solo anno a Vivacchio – l’anno della separazione dei miei genitori – ci trasferimmo lì io, mio padre e i miei nonni – per non allontanarci troppo da mia madre reclusa nel monastero delle serve del santo spirito – il monastero era lungo la salita che separava la nostra casa dalla scuola elementare – pedalando di lì speravo che mia madre sospendesse la sua luna di miele con Dio per guardare la mia ascesa chiappucciana – per fare il tifo per me – “non amo meno te o tuo padre”, mi aveva spiegato durante il primo incontro dopo la fuga, “amo di più il Signore”, disse tendendomi un rosario in plastica dura attraverso le grate del parlatorio – mio nonno morì durante il trasloco per raggiunti limiti di età – fu un funerale deserto e rapido – incontro Luigi il bidello che fuma nel cortile della scuola di Vivacchio – venticinque anni dopo – “Luigi, ti ricordi di me?” – no, non ricorda – gli racconto di Chiappucci, il nonno morto, la mamma in monastero – no – ricorderà almeno del mio compagno di banco, quello che sapeva cambiare colore dei capelli a comando – “come dimenticare il buon Silvio”, mi dice, “un bambino straordinario” – Silvio oggi è un panzone stempiato che gestisce un sali e tabacchi nel centro di Vivacchio e soffre di un terribile raffreddore – non mi ha dimenticato – “che anno incredibile quello della quinta elementare”, mi dice – racconta che non cambia più colore dei capelli a comando, “ho perso il vizio” – mi parla degli 883, di Jovanotti, di quanto manchi la voce di Freddy Mercury nella musica di oggi, mi racconta dei nostri compagni di classe – non ricordo neanche un nome – “nelle partite di pallone fingi ancora di essere Wim Jonk?” – cerca argomenti di conversazione nella memoria, come se il tempo per noi non fosse passato, come se io fossi sempre quel bambino che saliva come Chiappucci, come se lui fosse ancora Silvio-che-cambia-colore-dei-capelli-a-comando – mi sento a disagio – “ora devo andare”, gli dico – gli ha fatto piacere rivedermi – “non sei cambiato per niente, vecchio mio”, dice salutandomi – mi dà una pacca sulla spalla da camerata americano – mi dico che non tornerò mai più – mi allontano dritto sui pedali.

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