L’ipocondria prima di Google

Ricordo di essere andato una volta al British Museum perché avvertivo alcuni lievi sintomi – febbre da fieno, se non sbaglio – e volevo trovarvi una cura. Tirai giù il libro e, letto tutto quanto c’era da leggere a riguardo, finii, senza rendermene conto, a sfogliare le pagine e a studiare laconicamente le malattie in generale. Non ricordo quale fu il primo morbo nel quale mi persi – qualcosa di devastante, un flagello spaventoso, ne sono sicuro – ma rammento che fui già certo di esserne affetto ancor prima di aver dato un’occhiata alla sola metà dei “sintomi premonitori”.

Restai seduto, pietrificato per lo spavento; poi, annichilito dalla disperazione, ripresi a sfogliare le pagine fino al tifo e, letti i sintomi, scoprii di averlo – dovevo averlo contratto senz’altro da mesi – e chissà quale altra malattia ancora poteva affliggermi! Arrivai a leggere del ballo di San Vito e scoprii, guarda tu, di avere anche quello.

Caso interessante, il mio. Determinato ad andare a fondo in questa faccenda, iniziai ad affrontare le patologie in ordine alfabetico. Febbre malarica: mi stavo ammalando, la fase acuta avrebbe avuto inizio in due settimane. Morbo di Bright: mi sentii sollevato nello scoprire di averne una forma più lieve, con la quale avrei potuto convivere ancora tanti anni. Colera: lo avevo, con diverse gravi complicazioni. Difterite: dalla nascita. E così via per ventisei lettere, scoprendo alla fine che l’unica malattia ad avermi risparmiato era il ginocchio della lavandaia.

La cosa all’inizio mi ferì un po’, sembrava quasi volermi sminuire. Perché non avevo il ginocchio della lavandaia? Perché questa eccezione invidiosa?

Infine prevalsero sentimenti meno duri: in fondo avevo ogni altra patologia nota alla scienza – bando all’egoismo, potevo benissimo fare a meno del ginocchio della lavandaia! La gotta era già nella sua fase più acuta e mi aveva preso senza che me ne accorgessi. Per non parlare della zimosi, poi: ne avevo sofferto fin da ragazzo!

Non c’erano altre malattie dopo la zimosi. Sì, non avevo altro.

[brano tratto da Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) di Jerome K. Jerome, 1889. Mia versione in italiano]

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Antonio Coletta
Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).
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