Polletto e il vecchio volpone

C’era una volta un vecchio volpone che gironzolava da mesi nei dintorni di un pollaio, attendendo la giusta occasione per fare strage di galline. C’era quella stessa volta, e nello stesso pollaio preso di mira dal vecchio volpone, una gallina vecchia destinata dall’uomo a fare un buon brodo. La chioccia condannata alla bollitura depose il suo ultimo uovo e ne fece dono a una gallina giovane di nome Anna che, purtroppo, non poteva averne di proprie. Anna, riconoscente, se ne stette a covare gelosamente l’uovo per tre settimane. Poi il guscio si ruppe e dall’uovo sbucò un bel pulcino maschio, al quale Anna diede il nome di Polletto.

Polletto aveva il destino segnato: in quella parte di mondo la frattura tra pollame e umanità era ormai insanabile. Non solo da secoli nessun pollo aveva più ricoperto un ruolo di prestigio nella società, ma la specie aveva perduto uno dopo l’altro il diritto all’istruzione, a una casa, alla dignità, alla vita.

“Non esistono abbastanza risorse per tutti in questa parte di mondo” era stata la giustificazione utilizzata dai questapartedimondisti per destituire il presidente Gallo, democraticamente eletto da uomini e pennuti. In pochi anni, poi, gli esseri umani scoprirono l’irresistibile sapore del pollo fritto, quello del gallo allo spiedo e quello del brodo di gallina: un vero e proprio genocidio.

Nell’altra parte di mondo, invece, gli esseri umani e i polli vivevano ancora fianco a fianco – o almeno così raccontavano le chiocce più sagge. I signori si scappellavano di fronte ai polli e facevano l’inchino alle galline, le ragazze non resistevano alle battute di spirito dei galletti. Si raccontava anche che dieci anni prima un gallo di quello stesso pollaio fosse fuggito e avesse attraversato il mare per raggiungere l’altra parte di mondo, diventando poi direttore di un importante istituto di credito.

Polletto cresceva, Anna lo guardava e lo immaginava incellofanato in un bancone di un supermercato, appeso a testa in giù in una macelleria, dorato in una friggitoria ambulante.

La consapevolezza del destino segnato per quel suo unico figlio la portò a una decisione dolorosa ma inevitabile: quel pulcino doveva fuggire dal pollaio, attraversare il mare, andare a vivere nell’altra parte di mondo.

“Coccopsst”, fece Anna al vecchio volpone che se ne stava appostato oltre la rete metallica, “vecchio coccovolpone, coccoavvicinati”. Il vecchio volpone si appropinquò al bel bocconcino, “mi dica signora, come posso aiutarla?”

“Ho una coccoproposta da farti”

“Mi dica, mi dica, sono tutto orecchie”

“Non mi prenda per coccomatta: questa cocconotte, quando tutte le coccogalline dormiranno, ti aprirò le coccoporte del pollaio”

Il vecchio volpone sorrise, “lei è gentilissima”

“In coccocambio, lei dovrà prendere coccoconsé il mio pulcino Polletto e accoccompagnarlo alla prima cocconave per l’altra coccoparte di mondo. Senza torcergli una piuma, ovviamente”

“Ha la mia parola di vecchio volpone”

Alle undici della sera i pennuti già dormivano come ghiri, tranne Anna. Tremante, la gallina aprì le porte del pollaio al vecchio volpone.

Il quadrupede le fece un inchino, “con permesso, signora”, poi fece razzia di vite aviarie finché non rimasero ritti sulle zampe solamente Anna e il suo pulcino.

“Faccia di me coccoquello che vuole”, disse la gallina, “poi coccoprenda Polletto e lo coccometta sulla cocconave”.

Anna diede un amorevole colpo di becco sulla testolina del pulcino. Il vecchio volpone la guardò negli occhi, prese per la nuca Polletto, si voltò e fuggì via dal pollaio, verso il mare.

Ricordò in quel momento quando, tanti anni prima, in un inverno difficile suo padre si gettò contro i proiettili di un cacciatore di frodo per salvargli la vita.

Il molo era affollato di pennuti che battibeccavano mentre attendevano speranzosi un posto sulla Gallina dalle uova d’oro, la barca scalcagnata guidata da esperti lupi di mare che il giorno seguente avrebbe tentato una disperata traversata.Quando videro giungere Polletto accompagnato dal vecchio volpone, tuttavia, gli uccelli se la diedero a zampe levate – e per un posto sulla Gallina dalle uova d’oro, incredibilmente, rimase un solo pretendente.

Il vecchio volpone raccontò ai lupi di mare l’intera triste storia di Polletto – arricchendola dei particolari più commoventi che si potessero immaginare. Il capobranco, tuttavia, non volle sentir ragioni: “è un pollo troppo giovane”, disse, “e non ha il becco di un quattrino”.

Durante l’animata discussione che seguì, un lupo di mare più giovane, agitandosi alle spalle del capobranco, fece cenno al vecchio volpone di tagliar corto e di raggiungerlo in un luogo più sicuro, lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Quando furono finalmente appartati, il lupo di mare più giovane si disse commosso dalla triste storia di Polletto e offrì il suo aiuto.

“Vi darò una zampa. A trecento metri da qui c’è un’arena nella quale si organizzano combattimenti tra polli”.

“Ma Polletto è troppo giovane…”

“Taci” lo fermò il lupo di mare “combatterai tu, travestito da pollo. Seguimi”

Il lupo di mare guidò il vecchio volpone e Polletto nella sua tana. “Ecco qui”, disse tirando fuori da una cavità carsica una veste pennuta, “sarai un pollo perfetto”.

“Mi sta a pennello”, disse il vecchio volpone calzando il costume utilizzato dal lupo di mare più giovane in occasione dell’ultimo carnevale.

“Vorrei combattere”, disse il vecchio volpone travestito da pollo, “ho bisogno di denaro”.

“Quanto denaro?”, domandò l’impresario.

“Tanto denaro”, ammise lui.

“Posso darti diecimila pollari per combattere contro Sylvester Pollone”, propose l’uomo.

“Il grande Sylvester Pollone?”

“Proprio lui”

“Non ho paura”

“Hai fegato. Come ti chiami, giovanotto?”

“Mi chiamo Foie. Foie Gras”.

“Va bene Foie, preparati, combatterai questa sera”.

L’arena era piena di polli pronti a farsi spennare dagli allibratori quando i due sfidanti salirono sul ring.

Sylvester Pollone riempì il vecchio volpone di beccate, poi con un colpo d’ala lo sbatté a terra e gli si gettò addosso: stava per finirlo ma poi il quadrupede mascherato tirò fuori il muso dal costume azzannando con i canini il collo del peso massimo.

Colto di sorpresa, Sylvester Pollone perse la testa, tentò una timida reazione illogica, poi smarrì anche i sensi e crollò al tappeto.

“Mai visto nulla di simile”, commentò un cronista.

Foie Gras fu portato in trionfo fuori dall’arena e, abbracciando Polletto, tornò al molo gonfio di denaro, chiedendo per sé e per il suo pulcino un posto sulla Gallina dalle uova d’oro.

Partirono di notte, ammassati come in un allevamento intensivo – e il vecchio volpone dovette fare uno sforzo enorme per non cadere nella tentazione di mangiare il vicino. 

Teneva stretto a sé Polletto mentre, nel buio, le onde sbattevano la barcarola a destra e a sinistra, su e giù. Il vecchio volpone temé di rimetterci le penne.

I minuti sembravano non passare mai, Polletto batteva il becco per il freddo. La Gallina dalle uova d’oro cominciò a imbarcare acqua, poi si rovesciò. 

Polletto rimase a galla in balia della corrente finché non giunse in una caletta dell’altra parte di mondo, affollata per il Ferragosto.

I bagnanti, indignati per l’arrivo del pulcino via mare, avvisarono subito la polizia.

“Ancora un pulcino clandestino!”, esclamò la gallina campionessa di pilates Maria, “quando finirà quest’invasione?”

Polletto fu tradotto in un centro d’accoglienza.

Lì il suo pigolio diventò un canto.

Lì diventò un bel galletto.

Il giorno nel quale Polletto diventò un bel galletto la direzione del centro d’accoglienza gli concesse un’ora di libertà nell’aia comune. 

Vide allora in un angolo, legato con robuste catene in ferro, il vecchio volpone – ormai moribondo. 

“Chicchipapà!” esclamò Polletto. 

“Polletto! Sei proprio tu???” 

“Chicchisì, sono chicchiproprio io!” 

“Come sei cresciuto! E dimmi, come te la sei cavata in questi anni?” 

“Chicchibene, ho una chicchicella chicchispaziosa. Tu invece, chicchipapà, non stai molto chicchibene” 

“Sto andando via per sempre, Polletto mio. Accade a tutti, prima o poi. Ho sempre sperato, però, di rivederti. Ora sono felice”

“Chicchipapà, perché sei chicchincatenato?” 

“Le galline di guardia temono che le mangi” 

“Non hanno tutti i chicchitorti” 

“Già”, annuì il vecchio volpone, “ma promettimi una cosa. Tu fuggirai da qui. Non ho rischiato la vita in mare per farti passare la vita in una prigione” 

“Ma chicchiquesta non è una chicchiprigione, è un chicchicentro d’accoglienza” 

“Non ho rischiato la vita in mare per farti passare la vita in un chicchicentro d’accoglienza!”, si spazientì, “tu uscirai di qui e studierai, andrai all’università e diventerai un ottimo avvocato, Polletto!” 

“Lo chicchifarò chicchipapà” 

Non fece a tempo a dirlo che il vecchio volpone già dormiva del sonno profondo e improvviso in cui cadono, a volte, gli anziani.

Memore della promessa fatta al papà volpone, certo di non voler deluderne le aspettative, Polletto fece domanda di cittadinanza all’altra parte di mondo – ma fu respinta; domandò la libertà – ma non gli fu accordata; domandò di poter studiare – ma non gli fu concesso; domandò di poter lavorare fuori dal centro d’accoglienza – e gli proposero di tornare da questa parte di mondo per essere venduto a tocchetti in un supermercato. 

Nervoso per la sua sorte, prese a beccare compulsivamente la grata della sua cella finché non la buttò giù: un bel colpo di fortuna! Fuggì allora felice pensando al suo avvenire da principe del foro, sentí molto caldo al collo, poi cadde a terra.

“Polletto, Polletto, sveglia!”, lo strattonò il vecchio volpone.

“Chicchipapà!”

“Sei riuscito a fuggire”, disse il padre, “siamo fieri di te”

“Coccosì, coccopolletto”, disse Anna al suo fianco.

“Chicchimamma!!!”, esclamò Polletto commosso.

“Sono coccovenuta coccosubito, appena ho saputo”

“Chicchistudierò e chicchidiventerò un chicchiprincipe del chicchiforo”

“L’avvocato Polletto”, intervenne il vecchio volpone.

“Già, il coccoavvocato coccopolletto”, sorrise la mamma.

“Ora riposa, però. Il peggio è passato”, disse il vecchio volpone accarezzando il becco del galletto con una zampa.

Polletto chiuse gli occhi, contento.

MU – La risaia in fiamme (20090 – Tipografia Helvetica)

Sto leggendo un romanzetto molto bello. S’intitola “MU – La risaia in fiamme” (20090 – Tipografia Helvetica) e lo ha scritto Tommaso Labranca otto anni fa. Parla di un ragazzo di provincia mio coetaneo, ventinovenne all’epoca della narrazione, e dei suoi tentativi di fuga dall’entroterra molisano verso un luogo vago (l’iperborea costruita con le informazioni frammentarie acquisite attraverso i motori di ricerca).

Per la prima volta mi pare di leggere un romanzo che racconta come internet abbia mutato il rapporto dei ragazzi con la vita in provincia (in particolare, quello della prima generazione stravolta da internet, nonostante sia lo stesso Labranca ad avvertirci di utilizzare qualsiasi classificazione autoassolutoria con cautela, ammonendoci di non cadere in “quella sciocca esaltazione che nasce quando si vantano di far parte delle stesse inutili categorie. Noi ventenni o noi meridionali. Peggio ancora: noi ventenni meridionali. Quelle coorti, che sono il loro orgoglio spudorato, diventano anche la giustificazione dei loro fallimenti“).

Di più, la costruzione di una cultura frammentaria (“copio fotografie, brevi frasi, titoli in lingue incomprensibili, brani musicali poco noti […] poi riesamino tutto quel materiale e mi viene persino da piangere per la rabbia quando non riesco a creare un panoramico di tutta quella materia”) e distratta, nella quale si cercano le frasi che danno ragione e confermano le proprie teorie (“voglio solo conferme, non conoscenze“), non porta più i provinciali all’illusione di una nuova vita in una grande città ma alla ricerca di luoghi inesistenti (come accade per il protagonista) o all’aspirazione a una vita nella quale “condividere le atmosfere magiche dei locali alla moda, dove si bevono alcolici restando sempre lucidi, dove tutti si sorridono e si parlano anche senza conoscerso. Dove le donne sono sinuose, gli uomini hanno la barba di tre giorni, gli occhi verdi e tutti paiono disegnati all’aerografo“.

Mi colpisce che Labranca abbia colto all’età di cinquant’anni un disagio che avrebbe dovuto essergli lontano per anagrafe, quello dell’aspirazione irraggiungibile a posti e vite impossibili che sono collage di più luoghi ed esperienze, costruendo questo piccolo romanzo di formazione che utilizza categorie e linguaggi che nella discussione pubblica e nella narrativa italiana ho incontrato pochissime volte (o forse mai). Mi colpisce soprattutto come lo scrittore riesca a parlare delle nuove tecnologie senza far perdere qualità, romanticismo e poesia alla narrazione, un caso rarissimo: “Pensa alle gif animate, realizzate vent’anni prima e che da allora decorano pagine web pacchiane, gratuite, dimenticate, mai cancellate. Mu si addormenta pensando alle gif animate, alle faccine che sono serie, sorridono, tornano serie, sorridono, alle stelle che emettono lo stesso riflesso nello stesso punto, alle @ che continuano a girare e su cui nessuno clicca più“.

Sono solo a metà, ma già lo consiglio a chi ha tempo e voglia.

Mark Oliver Everett su Elliott Smith

Nel 2008 Mark Oliver Everett scrisse una bellissima autobiografia intitolata Things the grandchildren should know – proprio come la canzone che chiude l’album doppio dei suoi Eels Blinking Lights and Other Revelations. Il libro fu pubblicato in Italia nel 2009 da Elliot con un titolo improprio e poco accattivante (Rock, amore, morte, follia e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere) e diventò – purtroppo – difficilmente reperibile dopo qualche anno. Tre pagine sono dedicate a Elliott Smith, col quale il cantautore condivise esordi ed etichetta (la DreamWorks Records) nella seconda metà degli anni novanta: me ne sono ricordato oggi pomeriggio, mentre ascoltavo Waltz #2 su Spotify, e poi – grazie alla mia buona memoria – ho ritrovato i passaggi in questione nella mia copia in lingua originale e ne ho tradotto alla carlona una parte per lasciarla, come traccia, nel mio trascuratissimo blog minimalista.

Una mattina, durante il tour, il telefono della mia stanza di hotel a Saint Louis mi svegliò per annunciarmi la morte del nostro amico Elliott Smith a Echo Park. La prima volta che incontrai Elliott, nel 1996, avevo preso da parte un amico in comune e gli avevo detto “Questo ragazzo mi preoccupa”. Era un giovane molto dolce e silenzioso e sembrava che non avesse alcuno strumento di difesa – ma lui si stava facendo strada nel mondo della musica, che non è uno dei posti migliori da frequentare per chi non sa proteggersi. Io mi sentivo molto più forte e sicuro di Elliott, e questo dovrebbe dirvi qualcosa […] Trovò infine un modo per difendersi e, negli ultimi anni, la sua personalità subì un cambiamento enorme a causa delle droghe che stava assumendo. Mi arrivarono all’orecchio storie che raccontavano di come lui comprasse una macchina fotografica usa-e-getta dopo l’altra per scattare foto a un’automobile che sosteneva lo seguisse ovunque. Una notte Elliott mi diede il suo numero di telefono e mi disse che desiderava suonare la chitarra con me per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori – e io lo avrei voluto davvero. Ho aspettato troppo a lungo per chiamarlo. Quando entrò nel suo periodo più buio, ero troppo spaventato per farmi coinvolgere dalle sue storie: penso che in quel momento la situazione di Elliott avesse molto in comune con quella di mia sorella Liz e – mi dispiace dirlo – io ne avevo già abbastanza.

La claque

In una sera di metà pandemia io e mia moglie ce ne stavamo affacciati nella corte del nostro condominio, sul balcone a goderci i rebus della Settimana Enigmistica. Poi, d’improvviso, un fastidioso tafano cominciò a ronzarci attorno. Provai a scacciarlo con le buone, poi a schiacciarlo tra le mie mani con le cattive. Al quinto clap feci plop, il tafano giacque spiaccicato nel palmo della mia mano. In pochissimi attimi tutti i condomini si affacciarono nella corte del palazzo e iniziarono a battere le mani come ossessi. Un’invasione di tafani? Eravamo spacciati. Alcuni condomini piangevano emozionati, altri urlavano “viva i nostri eroi” e noi, orgogliosi, alzavamo la mano per salutarli. La vicina, spellandosi le mani, mi ringraziò di cuore. Le mostrai il tafano spiaccicato – “per così poco”, dissi. “Grazie davvero”, ripeté, aggiungendo poi “grazie per aver voluto ricordare con un applauso il lavoro di tutti quei medici e quegli infermieri che in questi giorni stanno rischiando la vita per noi”.

Mio padre, invece, non aveva mai ricevuto degli applausi in vita e aveva voluto garantirseli da morto: lo biasimereste? Aveva lasciato nel testamento qualche soldo per ingaggiare una claque che lo applaudisse al termine del suo funerale. Io ero contrario a sprecare dei soldi in quel modo – ché poi ho sempre qualche debito da onorare – ma mio fratello non volle sentire ragioni. Le volontà del papà dovevano essere rispettate: ci rivolgemmo a un’agenzia specializzata, la stessa che seleziona il pubblico dei programmi di Formigli e che rifornisce le compagnie aeree low-cost di applausi liberatori all’atterraggio dei velivoli. La bara fu accompagnata fuori dalla chiesa da un applauso caldo, professionale ma non distaccato. Sono certo che gli sarebbe piaciuto.

A ottant’anni suonati il mio papà si era arruolato tra gli assistenti civici ed era stato assegnato al servizio marittimo nel litorale di Baia Domizia. Per tutta l’estate aveva inseguito a bordo del suo pattino i bagnanti raccomandando loro il distanziamento sociale, poi in una domenica di settembre una bella modella svedese di vent’anni rischiò di affogare nel tratto di costa da lui sorvegliato. Un bagnino si lanciò in mare per salvare la bella modella svedese di vent’anni, mio padre si avvicinò con il pattino ai due e raccomandò di mantenere il distanziamento sociale anche durante il salvataggio. “La Svezia ha il tasso di mortalità più alto d’Europa, ci vuole prudenza”, disse mio padre al bagnino. Stettero un po’ a confabulare sulla questione, poi il tempo strinse. La bella modella svedese di vent’anni sarebbe colata a picco se mio padre non avesse deciso di sacrificarsi e mettere a rischio la sua salute per salvare la ragazza dall’annegamento e il bagnino dal Covid19. “Un vero eroe, mi ha salvato la vita”, mi ha raccontato commosso il bagnino mentre il feretro lasciava la chiesa, “ha tirato fuori dall’acqua la bella modella svedese di vent’anni e le ha praticato la respirazione bocca a bocca finché quella non ha ripreso i sensi”. Subito dopo il mio papà ha avuto un infarto. È morto da eroe, sembrava felice.

Il tiglio

Maledetto tiglio, dannata pianta! È fiorito ancora, a pandemia quasi scampata. Maledetto tiglio, dannata allergia! Mi sono gettato per strada come tutti, per il primo finesettimana di libertà, temendo di dovermi giustificare per ogni starnuto. E invece no, era una festa tanto grande che nessuno ha fatto caso ai miei occhi rossi, al mio naso colante, ai miei etcì rumorosi – in quel fracasso, poi! Ma io non mi sono fatto fregare, e non ho fregato nessuno, ho rispettato tutte le regole del distanziamento sociale, ho indossato la mascherina e starnutito, di continuo, nelle piega di un gomito, utilizzando l’altro per salutare amici e conoscenti. Avevo appena incontrato il mio amico M. e gli stavo porgendo il mio gomito sinistro in segno di saluto e rispetto quando – maledetto tiglio – mi ha colto uno starnuto degno di Eolo, ho piegato subitaneo il braccio destro per accogliere il viso nella piega del gomito e poi non sono più riuscito a distendere le braccia. Sono rimasto così, fesso, con gli arti piegati a 45 gradi all’altezza del petto. Sono tornato subito a casa ma non sono riuscito a prendere le chiavi dalla tasca dei pantaloni. Con un gomito ho bussato alla vicina ma ho starnutito – maledetti tigli – mi ha urlato “Via, infetto!”. “Sono allergico ai tigli”, le ho detto. Lei mi ha risposto che anche sua suocera era allergica ai tigli ma poi è finita in terapia intensiva. “Covid?” ho chiesto. “No, al terzo DPCM l’ho buttata dalla finestra”. “Mi dispiace”, le ho detto, poi sono andato a casa dei miei e ho illustrato loro la faccenda. Hanno telefonato subito a mio zio Annibale, che in famiglia è ritenuto un luminare dell’ortopedia per aver curato l’alluce valgo di Papa Luciani durante il suo breve pontificato. Nonostante l’età avanzata, lo zio esercita ancora la professione. Crede in Dio ma non crede nelle lastre. Mi ha diagnosticato una patologia di nuova diagnosi, il gomito del salutista. Ha detto che andrà via al prossimo DPCM. Ora sono più tranquillo ma ho notevoli difficoltà nell’allacciarmi le scarpe. Faccio la pipì da seduto. Vado in piscina e nuoto stile rana. Etcì, maledetto tiglio, pianta dannata.

Caspita

Guido in una notte d’autunno. La strada verso casa è ancora parecchia, mia moglie dice “ehi, perché non ci fermiamo a casa dei tuoi, è a due chilometri da qui”. Le dico “sì, meglio, sono stanco, ripartiremo domani mattina con comodo”.

La casa dei miei è divenuta negli anni la nostra casa estiva, e tuttavia capita qualche volta che ci venga anche d’inverno per starmene un po’ per conto mio. A Margherita non importa, piuttosto ne approfitta anche lei per starsene un po’ per conto suo. Stiamo insieme dal ’73.

La notte è ancora più fonda quando suona il telefono nello studio del mio papà.

Spero che smetta presto, Margherita mi dà una gomitata, “vai a rispondere, sarà importante”, vado nello studio del mio papà, prendo la cornetta.

“Pronto”
“Pronto, Guido, che fortuna averti trovato in casa”
“Chi parla?”
“Pier Giulio, ricordi? Eravamo vicini d’ombrellone. Non ci vediamo dall’estate del ’72”
“Certo, Pier Giulio, caspita, quanto tempo è passato! Che fine hai fatto?”
“Sono morto”
“Caspita”
“Ti sto chiamando dall’aldilà per una cosa molto importante”
“Dimmi tutto”
“Ricordi Margherita? La figlia dei Bonvicini?”
“Certo, come potrei dimenticarla”
“Ero molto innamorato di lei, non ho mai smesso di pensarla neanche un attimo, hai mica il suo numero di telefono?”
“No, non credo”
“Che delusione. Speravo che tu potessi aiutarmi. Da queste parti non circolano gli elenchi della Sip, il tuo numero è l’unico che ricordi a memoria”
“Mi dispiace”
“Già”
“Come si sta nell’aldilà?”
“Miliardi di miliardi di anime in fila per un solo telefono a gettoni”
“Caspita”
“Ora devo andare, ma prima dimmi una cosa: la Lazio poi l’ha vinto un campionato?”
“Sì. Caspita, devi essere morto da parecchio tempo, Pier Giulio”
“Credo di sì. Durante quest’attesa infinita ho perso la cognizione del tempo”
“Capisco”
“Devo riagganciare, le anime qui dietro scalpitano”
“Ciao!”
“È stato un piacere sentirti, spero che ci rivedremo presto”

Clic. Mi tocco per scaramanzia e vado a letto.

“Chi era?”, mi domanda Margherita mentre torno sotto le lenzuola.
“Pier Giulio, il mio vecchio vicino d’ombrellone. Lo ricordi?”
“Il mio primo amore, come potrei dimenticarlo”, ridacchia lei, “che fine ha fatto?”
“Ha lavorato una vita nella telefonia, ora è in pensione”
“Quanto mi piaceva. Era bellissimo” dice lei sorridendo.
“Caspita”, dico sbuffando.
“Sei mica geloso?”, chiede lei.
“Credo ti amasse anche lui”, dico io.
“Mai saputo”
“Già”
“Peccato”, dice lei dandomi un bacio sulla guancia prima di sprofondare di nuovo nel sonno.

Vado in cucina nella speranza di trovare un avanzo dell’estate passata, una bustina di camomilla, una boccetta di Minias.

Quando un uomo con la mascherina incontra un uomo senza mascherina eccetera eccetera

Pomeriggio, balcone su strada isolata di campagna. Vedo passare un tizio senza mascherina. Gli urlo “maledetto, metti la mascherina!”. Si guarda attorno, rallenta, scendo in strada, gli urlo “bastardo, mettila”. È fermo a duecento metri, mi guarda, mi avvicino, indietreggia, gli urlo “allora non hai capito niente, metti la mascherina, cretino!”. Mi avvicino sempre più, lui indietreggia sempre più, inciampa in un sasso, gli sono addosso, incollo la fronte alla sua. “METTI UNA CAZZO DI MASCHERINA, IMBECILLE”, gli urlo “O SARÒ COSTRETTO A ROMPERTI LE OSSA!”. Il tizio tira fuori da una tasca la sua mascherina, la indossa. È una chirurgica personalizzata, c’è scritto – Benvenuto nel Covid -. Realizzo in quel momento che, accecato dalla visione di un uomo senza mascherina, avevo dimenticato di indossare la mia FFP3.

Pelandroni e tartassati

Questo tempo di pandemia ha reso evidente a molti l’indirizzo politico di questo Paese, ben riassumibile in una delle ultime dichiarazioni del sindaco di Milano Beppe Sala:

Il lavoro è l’elemento fondante della nostra società, è il nostro credo

Se è banale ed evidente che il lavoro ha una funzione sociale importantissima – così come pare scontato che dovrebbe essere garantito a tutti, per il contributo che dà allo sviluppo e al progresso della comunità e alla vita degli altri individui e per la capacità di creare reddito – l’unico credo di questa società dovrebbe essere il valore dell’uomo come complesso di capacità e interessi, come singolo e come parte della comunità umana.

Messa così pare solo fuffa – e magari, mi direte, lo è – però a me pare evidente che in questa pandemia i sacrifici siano stati richiesti a tutti, ma un po’ meno a industriali e grandi imprese (con le conseguenze evidenti di quanto accaduto a Bergamo e a Brescia).

È ovvio che nei momenti di picco della pandemia alcuni lavori hanno svolto una funzione essenziale per la nostra comunità – e altri, invece, sono stati individuati come essenziali dallo Stato nonostante la loro funzione fosse più che trascurabile in un momento di crisi.

Ciò non toglie, però, che a un certo punto di questa crisi ho avuto l’impressione che nel nostro Paese non fosse tanto importante la prevenzione del contagio attraverso il distanziamento sociale e le misure di sicurezza quanto piuttosto la garanzia dei livelli di produzione/vendita.

No al barbecue in giardino a distanza di sicurezza, sì alla catena di montaggio in fabbrica senza distanza di sicurezza.

Sì al produrre, no al godere: la certificazione della non essenzialità del tempo libero e della sua industria (qui compresa anche quella culturale) è arrivata durante un governo di centrosinistra e potrebbe essere un macigno che la nostra società si scrollerà di dosso con molta difficoltà [detesto l’immagine del macigno ma, in questo contesto, mi pare efficace] se ai piccoli imprenditori e ai lavoratori attivi nel settore resteranno solo le briciole.

Ci sarà un giorno la fine della pandemia per chiedere il conto a questo Paese e a questo Governo, il diritto a un lavoro sicuro, il diritto alla socialità, il diritto alla tutela del piacere e del tempo libero, il diritto a un reddito, il diritto al riposo; lavorare meno e lavorare tutti, legge patrimoniale e riforma fiscale, controlli veri dello Stato sulla sicurezza nel lavoro e sui conti delle imprese.

Mi rendo conto che parlo di battaglie che non sono poi certo di voler combattere, non in un Paese nel quale chi richiede diritti o vuole contribuire allo sviluppo di una società più equa mantenendo dignità e tempo libero passa per un pelandrone agli occhi della maggioranza della popolazione – e chi prende aiuti di Stato per garantire la consistenza del suo profitto, invece, per un tartassato che dobbiamo sostenere e aiutare.

Manca il coraggio e manca la coscienza comune della distanza ormai incolmabile tra i grandi detentori del capitale e tutti gli altri.