Per il tempo che resta

Credo che nei giorni della pandemia tutti gli esseri senzienti della parte occidentale del pianeta si siano interrogati, più o meno intensamente, sul loro rapporto con il tempo che è passato e con quello che verrà.

Pensavo a questo e mi è tornata alla mente la scena di “Aprile” di Nanni Moretti nella quale il regista misura il tempo che gli resta con un metro e si domanda perché ha perso tanto tempo a fare cose che non gli piacciono e non gli interessano.

Gli viene l’impulso di tornare nei posti nei quali è cresciuto e non gli viene né da piangere né da scrivere una brutta poesia.

Si butta tutto alle spalle, reagisce, trova il coraggio per fare qualcosa che avrebbe sempre voluto: indossare la mantella invernale che non aveva mai osato portare.

A me, invece, piacerebbe frequentare un corso di dizione.

Sarà un uomo

Ieri in televisione mi hanno detto ancora una volta che tutti usciremo uomini migliori da questa pandemia.

Tutti tranne quelli che hanno molta stima di loro stessi e si sono ritenuti sempre migliori di quanto non fossero realmente: quelli ne usciranno tali e quali agli uomini che hanno sempre ritenuto di essere, non percepiranno il miglioramento operato dalla pandemia sul loro essere e si deprimeranno osservando intorno a loro tanti – troppi – superuomini.

Giovannino centravanti e suo padre Elvis Presley

Giovannino giocava centravanti nella Roma. Lo faceva ogni domenica e poi, il lunedì, raccontava la sua partita ai colleghi d’impianto durante l’ora di fermo passata in mensa. Il resto del tempo e della settimana, invece, parlava in continuazione dei problemi con l’allenatore e con i compagni di squadra, ricordava quella volta che aveva giocato in nazionale in coppia con Roberto Baggio e riferiva con dovizia di dettagli i suoi successi con le veline. Giovannino parlava di continuo, ma l’unico ad ascoltarlo davvero era Luigino, il collega con il quale lavorava in coppia.

Il lavoro dei due consisteva nel frugare grandi sacchi di iuta per tirarne fuori bustine usate del the da schedare poi una a una per varietà, tipologia, stabilimento di produzione, utilizzatore e altre decine di categorie. Questo, che oggi può sembrare un lavoro inutile, era a quel tempo un impiego di grande responsabilità – almeno per quel che riguardava la regolarità burocratica e amministrativa di quelli che in quel periodo venivano creduti impianti teinoelettrici.

La grande truffa dell’elettricità ricavata dalle bustine di the esauste nacque in tivvù, quando il Professor M. annunciò durante un talk-show la sua scoperta portentosa che avrebbe permesso al nostro Paese di diventare il più grande produttore mondiale di energia pulita. Il Governo, spinto dalle pressioni dell’opinione pubblica, investì fiumi di denaro nella realizzazione degli impianti disegnati dal Professor M. e nella promozione del the in bustina.

Per la gioia degli urologi, in pochissimo tempo il bere the in bustina divenne un’azione patriottica. I produttori di the per infusori fallirono, le fabbriche di infusori chiusero, le vendite delle altre bevande subirono una notevole flessione.

Una volta realizzati, gli impianti del Professor M. si rivelarono non funzionanti. Risultò tuttavia praticabile il recupero di circa il novanta percento dei fili delle bustine del the, che venivano selezionati, lavati e rivenduti.

Il Governo decise allora, in gran segreto, di realizzare degli impianti paralleli per la produzione di energia elettrica dall’olio di palma: investì ancora altro denaro in una campagna d’opinione contro l’utilizzo dell’olio di palma negli alimenti e convinse i consumatori a boicottare l’acquisto di prodotti che lo contenessero. Così, di botto, gli impianti trovarono tutto il carburante necessario per produrre elettricità fingendo che questa venisse ricavata dal the.

Il the continuava comunque a essere bruciato come se nulla fosse e la sera, tornando a casa, Giovannino olezzava una volta di pesca e un’altra di bergamotto. Il lavoro di Giovannino, dicevo, per quanto inutile ai fini della produzione dell’energia elettrica, era considerato burocraticamente così rilevante che una volta i carabinieri andarono a prelevarlo a casa sua, perché desse spiegazioni sull’errata catalogazione di una bustina di the earl grey.

La mamma di Giovannino, alla vista dei carabinieri non si scompose ma avviò una diretta facebook per documentare in diretta l’arresto del figlio. “Eccolo, eccolo, lo stanno portando via! Bastardo!”, urlò la madre invasata nella speranza – poi realizzata – che il suo video facesse il giro del mondo.

Giovannino ne aveva passate parecchie: un mento molto sporgente aveva alterato, fin dalla nascita, i lineamenti dolci che ogni bambino meriterebbe. Crescendo, poi, aveva nascosto la scucchia con una barba via via più folta e mal curata e, infine, di quel difetto si era persa quasi conoscenza, persino in famiglia.

Chiunque lo avesse incontrato, però, non riusciva a parlare di lui senza far riferimento a una caratteristica esemplare del suo viso, un Naso che – pur non essendo particolarmente prominente – aveva due piccole gobbe sulla cima e un’evidente flessione del setto verso sinistra. Sosteneva di aver avuto un bel nasino all’insù, da giovanissimo, e che questo fosse diventato un Naso solo a seguito di un fortunato incidente in bicicletta in montagna, d’estate. Se ne andava per strade sterrate con altri due ragazzini quando, durante una discesa ripida, la ruota anteriore s’incagliò in un avvallamento catapultandolo contro un masso: “fortunatamente”, diceva dandosi soffici pugni sul cranio, “il naso incontrò il masso prima de ‘sta capoccia”. I due amici, raccontava, si spaventarono moltissimo nel vedere il suo viso pieno di sangue. Uno dei due aveva poi militato giovanissimo nel Brescia con Roberto Baggio; l’altro era diventato un pezzo grosso nei servizi segreti – talmente ingombrante che aveva dovuto cambiare nome, sesso e connotati e andare a vivere sotto protezione in Micronesia.

Nonostante tutto, Giovannino ora giocava centravanti nella Roma, ogni domenica. E durante la settimana aveva tantissime cose da raccontare a Luigino e agli altri colleghi.

Le ragazze impazzivano per lui. La sera, per tornare a casa dal lavoro, passava da una lunga strada buia nella quale decine di ragazze lo chiamavano “Giovannino! Giovannino!” e lui talvolta si fermava perché pensava volessero un autografo, ma poi volevano fare cose sconce e lui non se la sentiva di tirarsi indietro e, anzi, alla fine lasciava anche qualche soldo alle giovani sedotte. Capitò poi una sera che una ragazza tra quelle lo fermò per un autografo ma Giovannino aveva dimenticato il portafogli nello spogliatoio degli operai, quella c’era rimasta male e s’era messa a urlare. Era intervenuto allora un ultrà della Lazio grande e grosso che, non vedendo l’ora di picchiare il centravanti della Roma, gli aveva rotto tutte le ossa tranne il setto nasale.

Giovannino riprese conoscenza in un letto d’ospedale. Divideva la camerata con un vecchio. L’infermiere gli disse: “Sei fortunato, ti è toccato tuo padre come compagno di stanza”.

Giovannino conosceva pochissimo suo padre Frank. Sapeva che era stato un socialista americano e che era fuggito dagli Usa perché perseguitato dalla Cia. Era stato accolto in Italia dal Partito e aveva conosciuto la mamma, venticinque anni più giovane di lui, durante i funerali di Berlinguer: i due avevano passato la notte insieme, prima a piangere il segretario, poi a bere e infine a fare cose sconce (dalle quali era nato Giovannino).

Frank non aveva mai imparato davvero bene l’italiano, e forse per questo Giovannino non era mai riuscito a entrare in sintonia con lui. Frank aveva passato la maggior parte del suo tempo con il piccolo Giovannino nelle sale bingo, a bere e buttare via la sua pensione da funzionario di partito. La domenica, da bambino, Frank portava il figlio a vedere il Real Tuscolano, e in quelle occasioni si divertivano molto. Poi Giovannino era diventato maggiorenne e centravanti della Roma: considerando sconveniente farsi vedere in uno stadio della capitale a tifare un’altra squadra, non avendo altri punti in comune, smisero di vedersi e non si cercarono più.

Frank non aveva mai superato il trauma del fallimento del socialismo reale – ed era questo forse il motivo per il quale lo avevano ingessato con il pugno chiuso sollevato. L’americano aveva l’orecchio assoluto: ascoltando il suono delle monete che cadevano nelle cassette metalliche delle slot-machine sapeva perfettamente quante monete erano contenute al loro interno. Le aveva osservate per anni e aveva capito che per ogni quattrocentosettantasette euro inseriti la macchina ne restituiva duecentocinquanta. Sviluppato l’orecchio assoluto, si era appostato per mesi in un angolo oscuro di una sala giochi ad ascoltare il suono delle monete che scendevano nelle cassette metalliche e ad attendere il momento adatto per intervenire e guadagnare un bel po’ di soldini, finché un tizio di nome Carlo lo aveva scoperto e gli aveva rotto tutte le ossa mandandolo in ospedale.

Il vecchio Frank notò il Naso e riconobbe subito il figlio. Disse “Mai stato tanto malo da omicidio Kennedy”. Raccontò per la prima volta al figlio del senso di colpa per non aver fermato la mano di Oswald, “giusto kill uomo per idea socialismo?” e che “mio sogno era sing concerto in Piazza Rossa di Mosca per tutti proletari del mondo uniti”.

“Davvero tu figlio no capito chi sono io?”, domandò Frank, “io stato Elvis, re di rock’n’roll”. La sua voce aveva fruttato miliardi di dollari e fatto impazzire milioni di ragazze – “tale padre tale figlio, anch’io ho un discreto successo con le donne”, puntualizzò Giovannino – ma l’unica cosa che lui e Nixon avevano davvero a cuore era la realizzazione del socialismo reale in tutto il pianeta.

Nixon si era fatto eleggere astutamente alla Casa Bianca da repubblicano e stava preparando il tracollo economico degli Stati Uniti e del capitalismo quando la CIA scoprì il piano e lo costrinse alle dimissioni. Qualche anno dopo, quando Angleton scoprì il coinvolgimento di Elvis nel complotto sovietico per la conquista del mondo, l’agente Kalugin ne inscenò la morte e lo portò dritto dritto a Botteghe Oscure.

“Tua figlia è stata sposata con Michael Jackson”, disse l’infermiere al vecchio mentre gli cambiava la padella. “Mia sorella è stata sposata con Michael Jackson”, disse Giovannino. “Io rinunciato a mia vita per idea fallita”, disse Elvis prima di addormentarsi.

Due giorni dopo il tiggì delle venti annunciò il ritorno di Elvis.

“Infermiere spione”, disse Giovannino subito prima che il cronista raccontasse come Elvis avesse inscenato la sua morte negli anni settanta per sfuggire ai creditori e si fosse poi rifugiato nell’isola di Linosa, dove aveva vissuto da pescatore.

“Impostore”, disse il vero Elvis con le ossa rotte.

Quando l’infermiere andò a cambiare la padella a Elvis, Giovannino gli raccontò di quanto aveva detto il tiggì. “Dovete andare a Linosa subito”, disse l’infermiere, “ma non vi faranno mai uscire di qui in questo stato”.

L’infermiere legò venti lenzuola tra loro, imbracò i due per bene e provò a calarli dalla finestra. “Finito il turno vi caricherò in automobile e ce ne andremo a Linosa”, disse l’infermiere subito prima che l’imbracatura cedesse e padre e figlio rovinassero a terra.

Le ossa rotte divennero frantumate.

Erano le due di notte ed era già domenica, Giovannino chiuse gli occhi e sperò di riaprirli in tempo per giocare quel pomeriggio da centravanti nella squadra della Roma.

L’Avvocato del Popolo

Dopo la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che annunciava l’avvio della cosiddetta fase 2 dell’emergenza Coronavirus, il mio pessimismo cosmico mi ha suggerito immediatamente l’immagine di una nuova diffusione del contagio in tempi brevissimi e di nuove restrizioni della libertà, più stringenti delle precedenti.

Mi sono accorto, in seguito, che questa prefigurazione è balenata alla mente di un mucchio di gente più o meno ottimista e più o meno assennata che – come me – hanno forse percepito la pochezza del discorso dell’Avvocato del Popolo [di qui in poi: AdP], pieno di “fate i bravi”, sport e paternalismo.

Nessun accenno a una strategia complessiva per tenere sotto controllo, verificare e limitare i contagi; nessun piano di resistenza, difesa e ricostruzione in funzione di questa pandemia; nessun accenno a come conciliare la necessità di reddito e diritti con quella di sicurezza.

L’AdP aveva trovato, nel suo discorso, molto spazio per le modalità di allenamento degli atleti degli sport individuali in vista delle olimpiadi e poco per la scuola (le informazioni maggiori sono arrivate solo grazie alla domanda di un giornalista).

Così, mentre l’AdP si diceva preoccupato per la tutela della salute dei beniamini (sic!) di noi tutti appassionati di calcio, il Ministro dell’Istruzione indiceva un concorso pubblico per l’assunzione di nuovi insegnanti annunciando l’intenzione di farlo svolgere ad agosto – senza tener conto né della miriade di ricorsi già pronti, né delle esigenze dei candidati e di quelle degli studenti, né dell’emergenza e della sua più che probabile prosecuzione nel nuovo anno scolastico.

L’impressione prevalente è che non solo si navighi a vista ma anche senza obiettivi; senza una visione complessiva del problema, del Paese e del mondo; senza coraggio né fantasia (e non consola il fatto che l’opposizione schizofrenica a questo governo sarebbe in grado di fare peggio).

Pur continuando a non tener conto di quelli che in questo Paese lottano da sempre per la sopravvivenza, se centinaia di migliaia di persone di diversa occupazione, provenienza ed estrazione sociale sono al momento senza fonti di reddito e con un mucchio di spese da sostenere (e lo saranno, probabilmente, per mesi), forse ci sarebbe bisogno di una politica alla Robin Hood, di trovare nuove formule di redistribuzione del denaro e nuove modalità di impiego degli individui nel lavoro e nella società.

Se tantissimi operai e dipendenti quasi senza voce sono stati costretti a continuare a lavorare a tempo pieno, spesso senza dispositivi di protezione e anche per attività non essenziali alla collettività – mettendo a rischio, sotto ricatto occupazionale, la loro salute e quella dei membri delle loro famiglie -, forse sarebbe finalmente ora di ristabilire e rafforzare il perimetro dei diritti dei lavoratori.

Se la pandemia riguarda mezzo mondo, forse dovremmo provare a imporre una cooperazione fattiva tra gli Stati per il futuro di questo Pianeta (e magari immaginare come superarli).

Invece no, l’AdP è oggi espressione di un governo di centrosinistra senza sogni, come ieri lo era stato di un governo pazzoide di destra nera.

Potremmo forse definirlo meglio e tristemente come AdCP, Avvocato delle Cause Perse.

Malapartiana (una pandemia non è una guerra)

Qualche settimana fa l’attore Sergio Rubini ha pubblicato un tweet nel quale chiedeva a tutti quelli del parallelismo pandemia/guerra di leggere (o rileggere) “La pelle” di Curzio Malaparte per capire quanto il paragone fosse improprio.

In effetti, credo che sia sufficiente aver letto “La pelle” o “Napoli ’44“, o anche aver ascoltato gli episodi della vita dei nostri vecchi, per trovare quantomeno azzardato assimilare quel che noi sani stiamo vivendo in questi primi mesi del 2020 a quello che accade durante e dopo una guerra.

In primo luogo perché, almeno per adesso (pur vivendo tutti una limitazione notevole delle libertà personali e, molti, più o meno notevoli difficoltà economiche) e almeno in Italia è ancora garantita [per carità, anche grazie al volontariato e alla solidarietà di alcuni] una qualità minima della vita [certo, per chi già godeva di una vita qualitativamente decente].

In seconda battuta, perché stiamo vivendo una tragedia inaspettata ma del tutto naturale. La guerra, al contrario, è inaccettabile perché porta morte e distruzione sulla base di un artificio: l’appartenenza a un territorio, a uno stato, a una famiglia, a una religione. In una pandemia si muore per un virus; in una guerra per irragionevolezza delle posizioni, per indisponibilità nel rivedere le convenzioni.

D’accordo, non eravamo preparati a nulla del genere – e, tuttavia, per quanto sia inaccettabile dover morire, mi pare comunque più accettabile essere uccisi da una malattia che crepare in guerra per volontà di potenza di altri esseri umani.


Esaurita la pandemia, poi, non ripartiremo da un’Italia in macerie come quella del ’45. In molti si affrettano a scrivere le loro memorie su questo periodo straordinario, e tuttavia sono convinto che non resterà nulla d’interessante. L’esperienza del distanziamento sociale produrrà una memoria più o meno omogenea di non-fatti identici e noie comuni – per dirla alla francese, une grosse rupture de boules.

Mai come in questi giorni abitare da sani in qualsiasi punto del mondo occidentale porta la stessa identica noia: vivo in un appartamento ad Alatri (FR) la stessa esistenza che vivrei in un flat di Manhattan – e tuttavia, a fine pandemia, se uscendo di casa il mio alter ego americano potrà recarsi al Madison Square Garden per assistere a una parita della Nba, io invece potrò al più andarmene al bocciodromo di Bitta (nota località balneare) per assistere a uno scontro al vertice tra il signor Mario e il signor Terenzio.


La noia, dicevo: devo ammettere però che, nonostante il distanziamento sociale mi pesi ormai parecchio, non sono poi così sicuro di voler tornare alla vita che avevo prima. Anzi, sono terrorizzato dal ritorno alla vita precedente.

Di questo si dovrà parlare dopo la pandemia: delle occasioni prese e di quelle perse.

Se ricontratteremo la nostra posizione sociale, se riusciremo a riconoscerci come individui e non per la professione che svolgiamo e il capitale che abbiamo a disposizione, se l’umanità e non la finanza tornerà al centro del discorso, avremo vinto.

Se invece – come temo – torneremo alla vita frenetica e nervosa di prima con nuove e maggiori difficoltà economiche causate dal voler mantenere alti i livelli di ricchezza, potere e libertà di grandi industriali e banchieri, forse avremo perso per sempre.


Da quando ci sono i DPCM leggo in modo molto disordinato. Rubini mi ha rimandato a “La pelle” e questa mi ha rinviato a mio nonno morto giovane, dal quale ho ereditato il nome e un mucchio di libri di Malaparte.

Così ho ripreso uno tra quelli, “Io, in Russia e in Cina” – edito da Vallecchi, volume del quale è andata persa la copertina negli ultimi mesi – autografato dal nonno sul frontespizio.


Sette anni fa incaricammo un robivecchi di svuotare l’appartamento dei miei nonni. L’assalto durò un giorno e mezzo. Il capitano della spedizione aveva perso un occhio in una falegnameria, menomazione che dava un tocco romantico al lutto. Quando rientrammo in casa non c’era più nulla tranne un mobile giradischi, due poltroncine, una cassapanca, gli effetti personali che avevamo ritenuto necessario salvare, i quadri e i libri – che, in una famiglia medio-borghese istruita del novecento, erano parecchi. Regalai tre cartoni di romanzi di donne e d’amore alla nonna di alcuni miei amici e tenni gli altri per me.

Oggi possiedo una caterva di libri malandati appartenuti ai miei nonni, nella quale gozzovigliano da mattina a sera orde di pesciolini d’argento – piccoli insetti amanti della colla utilizzata dai rilegatori.

Una serie di romanzi dell’ottocento e una di opere di Shakespeare edite dalla Tipografia Editrice Torinese acquistate negli anni quaranta, e rilegate artigianalmente presumo vrnti o trent’anni dopo, portano sul dorso le iniziali A.C. – sigla che, risalendo l’albero genealogico senza scartare di lato, segue il ramo maschile della mia famiglia da quattro generazioni.

Un’altra serie di libretti di letteratura moderna, invece, porta sul dorso le iniziali di mia nonna, E.P. – che poi quella sigla stia per Edizioni Paoline l’ho scoperto solo di recente, quando mia figlia ha deciso di utilizzare quei piccoli volumi per farne una torre nel corridoio.


“Io, in Russia e in Cina” è un’opera molto datata, il diario dell’ultimo viaggio compiuto da Malaparte nei paesi socialisti prima di morire (tra l’altro, proprio in Cina l’autore scoprirà la malattia ai polmoni che lo ucciderà in pochi mesi).

Ipotizzo che l’Io in copertina sia segnato in rosso per due motivi: per l’ego di Malaparte che straborda dalle pagine; per l’adesione (almeno spirituale) del giornalista e scrittore al comunismo dopo essere stato repubblicano, protofascista, antifascista, collaboratore degli alleati.

Malaparte era un grande affabulatore, un uomo che piegava il racconto delle sue vicende personali e di quelle dell’umanità varia che gli faceva da contorno alla tesi che voleva sostenere.

Inserisco qui tre passi molto godibili: uno nel quale, tornando al ricordo di un suo amore moscovita non corrisposto, affronta il problema dell’uomo Stalin dopo la condanna dello stalinismo da parte di Chruščёv; un altro nel quale afferma un certo europeismo sovietico; un altro nel quale descrive l’umanità delle carceri cinesi.


Solo ieri era il 25 aprile e, per l’ennesima volta da quando Togliatti decise di perdonarli, abbiamo dovuto affrontare il tema della divisività della Liberazione secondo i fascisti.

Non ne posso più, poi, di sentirli blaterare parole idiote sulle morti causate dal comunismo quasi fossero una giustificazione dei crimini compiuti dal fascismo.

Se è evidente e innegabile che il socialismo reale è stato un grandissimo fallimento e che la violenza è da condannare in ogni caso, i crimini non sono comparabili perché nel fascismo la violenza e la discriminazione sono elementi essenziali dell’idea – l’idea socialista, invece, prende mossa da un sogno di progresso e uguali opportunità per tutti gli esseri umani (e non per quelli nati per caso in questo lembo di terra).

E poi, se lo ha capito anche Berlusconi che il 25 aprile è una festa di tutti, per cortesia, fatela finita.

Il brutto addormentato nel bosco

C’erano una volta, in un regno molto lontano, una coppia di sovrani senza eredi.

I due erano ormai rassegnati all’idea che la monarchia sarebbe terminata con la loro morte quando la regina consorte iniziò a mostrare i primi segni di una gravidanza.

Nacque poi un bambino al quale fu dato il nome di Tonino – in onore del nonno, re Tonino IV di Brum-Kazum.

I genitori in giubilo diedero una grande festa alla quale invitarono tutto il regno e tutte le fate tranne l’unica malvagia.

Le fate portarono in dono parecchie virtù al principe Tonino: l’abilità nel bricolage, l’imbattibilità nel tennis da tavolo, la sensualità nel ballare la salsa, il senso per la battuta di Pippo Franco, l’umiltà di Roberto Fico e l’intelligenza di Massimo Cacciari.

Restava solamente un dono fatato da scartare, quello della bellezza di Raz Degan, quando irruppe nella sala la fata malvagia, irritata per non essere stata invitata alla festa.

La fata malvagia lanciò allora un sortilegio sul neonato Tonino, predicendo che, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, si sarebbe punto con un arcolaio e sarebbe morto.

La fata che avrebbe dovuto donare al principe Tonino la bellezza di Raz Degan, decise allora di fargli un altro regalo: “non morirai ma ti addormenterai fino al primo bacio d’amore di una bella principessa”.

La regina la ringraziò: “ora sì che siamo tranquilli!”

Il principe Tonino crebbe con indubbie qualità artistiche e morali ma senza bellezza. Quando poi, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, si punse con l’arcolaio e si addormentò, fu chiamata una bella principessa a salvarlo.

VUOI CHE LA BELLA PRINCIPESSA BADI SOLO ALL’ASPETTO FISICO?

VUOI CHE LA BELLA PRINCIPESSA ABBIA COME UNICO INTERESSE LA POSSIBILITÀ DI DIVENTARE REGINA?

Roberti Baggi

C’era una volta, in un regno molto lontano, un goal impossibile da mettere a segno.

L’occasione era nata durante lo scontro tra la terza e la settima classificata del campionato, quando l’attaccante della squadra settima classificata si trovò a poter tirare in porta da una posizione talmente improbabile che persino i cronisti non trovarono le parole per raccontarla.

Il re, tifoso della squadra settima classificata, convinto che il centravanti della sua squadra avrebbe ciccato il tiro, diede immediato ordine di fermare la partita così che subito il pallone si arrestasse a mezz’aria e i giocatori rimanessero immobili nelle loro posizioni.

“C’è qualcuno in questo stadio capace di segnare questa rete impossibile?” domandò il re, senza ottenere risposta.

Passarono molte ore e il gioco non riprese, infine si fece notte e tutti andarono a casa. Il giorno seguente scoppiò la guerra, il campionato di calcio fu sospeso e il goal impossibile da mettere a segno fu dimenticato.

Poi tornarono la pace e il campionato di calcio, e il gran ciambellano ricordò al re che in uno stadio del Paese c’erano un pallone arrestato a mezz’aria, ventidue calciatori fermi nelle loro posizioni e un goal impossibile da mettere a segno.

Il re pensò che la realizzazione di quella rete impossibile da mettere a segno sarebbe stata di buon auspicio per la ripresa del Paese.

“E tuttavia nessuno sarebbe in grado di realizzare quella marcatura”, disse il gran ciambellano.

“Tranne Roberto Baggio”, disse il re ammiccando al suo braccio destro.

Il gran ciambellano sguinzagliò allora gli agenti segreti del regno a caccia di Roberto Baggio e gliene portarono sette: il più giovane aveva nove anni e il più vecchio ottantacinque.

Quello giusto ne aveva invece cinquantatré, ma il re osservandolo lo ritenne troppo vecchio per giocare al calcio.

Il sovrano decise di affidare le sorti della sua squadra al Roberto Baggio trentaduenne, un elettricista di Montecompatri che non aveva mai giocato al calcio da professionista.

“Prenditi tutto il tempo che vuoi” disse al suo beniamino “quando sarai pronto per tirare farò riprendere il gioco”.

Roberto Baggio di Montecompatri fissò la palla per trenta minuti, poi guardò il re e gli diede l’ok.

Il sovrano diede l’ordine e il pallone cominciò a scendere da mezz’aria, il nuovo centravanti della squadra settima classificata lo mancò, tentò uno stop a seguire ma fallì anche quello, la squadra terza classificata (che nel frattempo aveva approfittato del fermo del gioco per ingaggiare il Roberto Baggio cinquantatreenne) recuperò il pallone e lanciò in contropiede proprio l’ex pallone d’oro, il quale segnò un goal che a chiunque era sembrato impossibile da mettere a segno.

“Peccato”, sbottò il re mentre la squadra per la quale faceva il tifo sprofondava verso la zona retrocessione.

Dopo la pandemia (non ci sarà) il socialismo

Ho letto che, mentre il Consiglio Superiore della Sanità vorrebbe utilizzare i test sierologici per motivi di ricerca e verificare la diffusione del coronavirus in Italia, dall’altro lato governatori di regioni e imprenditori sarebbero in sollucchero all’idea della possibilità di ripartire utilizzando questi test per concedere la cosiddetta patente d’immunità – eventualità osteggiata sia dal Ministro della Salute sia dall’OMS, che ritengono questi strumenti ancora inaffidabili. Di più, alcune regioni e alcune imprese avrebbero già affidato a privati gli screening dei loro cittadini e dipendenti, con il risultato che – al solito – in questo Paese non si capisce un pene di quel che sta accadendo.

A me pare evidente che le scelte politiche in tema di gestione dell’emergenza sanitaria debbano essere uniformi – non a livello regionale, neppure nazionale, ma internazionale – e basate su quelle che sono le indicazioni date dalla scienza. Di più, la politica dovrebbe cominciare a immaginare la società che verrà dopo la pandemia e che, con ogni probabilità, non sarà più quella ultraliberista occidentale degli ultimi trent’anni.

Probabilmente sbaglio – perché mi pare che non sia un’idea maggioritaria – ma in questa crisi mondiale potrebbero crollare le categorie con le quali siamo abituati a pensare: confini e valori e rapporti istituzionali ed economici sono elementi che non esistono in natura ma convenzioni tra esseri umani che – ovviamente – possono essere ridiscusse.

Dopo questa pandemia non ci sarà il socialismo. Per salvarci da una vita più violenta e balorda (e per garantire la sopravvivenza della democrazia e resistere a pulsioni fasciste) penso che i governi occidentali dovranno però adottare in modo uniforme provvedimenti che permettano nuove forme di organizzazione delle imprese e del lavoro, nuove modalità di redistribuzione del reddito, nuovi diritti di dignità.

Se poi questa crisi sanitaria durasse ancora per mesi, dovremo inevitabilmente abituarci all’idea di assumerci dei rischi – minimizzandoli secondo quanto ci indicherà la scienza – per recuperare quote di libertà, uscire da questo clima da stato di polizia, smettere di sopravvivere, ricominciare a vivere.