Il compagno Corrado Orrico

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Non so perché ma quando ho saputo che Conte avrebbe lasciato la guida della beneamanta mi è venuto in mente lʼadesivo «Orrico facci vincere» che da bambino avevo attaccato sullʼarmadio della mia cameretta.

Chiamato da Ernesto Pellegrini all’Inter nell’estate del 1991 per sostituire Trapattoni, il «maestro di Volpara» aveva alle spalle una sola esperienza in serie A con l’Udinese – terminata con un esonero – e tanta serie C con Carrarese e Lucchese. Del perché la sua carriera fosse stata fino ad allora di basso profilo Italo Allodi disse che Orrico aveva forse pagato le sue idee politiche. Interrogato da Gianni Mura a tal proposito, il compagno Corrado rispose su «la Repubblica»: «Ho fama di turbolenze sessantottine. Ma è passato molto tempo. Ero più inquieto, e convinto che si dovesse parlare di politica, mentre oggi sono convinto che è del tutto inutile, in questo senso il calcio e la politica italiana sono pari: fanno pena. Lʼha detto Voltaire che si nasce rivoluzionari e si muore borghesi? Non lo so, con le citazioni ultimamente non ci prendo mai. Va beʼ, comunque il mio personale processo dʼimborghesimento è molto avanzato. Tra i tanti giornali che leggo cʼè ancora “il Manifesto”, perché qualche verità ce la trovo e perché la parte culturale è fatta molto bene, è viva, anticonformista. E trovo, infine, che i tanto bistrattati Verdi abbiano unʼidea giusta e profonda della vita».

Fu nello stesso colloquio con Gianni Mura che, probabilmente, si creò uno degli equivoci che segnò il suo breve trascorso nell’Inter. Zonista convinto, mentre divagava sulla sua passione per l’Honved e su altre questioni tattico-filosofiche si lasciò sfuggire: «La zona non mi basta più, ho voglia di attuare il WM e tutti diranno: bella scoperta, si giocava trentʼanni fa. Sì, ma io farò delle varianti. Nel calcio si può fare, disfare, inventare, basta averne voglia. E basta che ci sia la disponibilità dei giovanotti». Lʼidea di recuperare il vecchio sistema WM gli sarà contestata parecchio, lui replicherà solamente ad avventura conclusa sostenendo di non averlo mai applicato – dirà: «sono stato frainteso: era una possibilità futura».

Un personaggio del genere non poteva non piacere ai due Gianni del giornalismo sportivo, Mura e Brera. Raccontò il compagno Corrado a Claudia Riconda su «la Repubblica»: «a Milano sono andato a cena solo da Gianni Brera: due volte. Abbiamo parlato di calcio e bevuto grignolino fino alle tre di notte. Mi ha anche dato dei consigli sullʼInter, ma non si adattavano alla mia situazione». Brera, tuttavia, lo criticò aspramente (deluso, anche da tifoso) dopo un Lazio-Inter 0-1: «Orrico predicava male ripromettendosi di razzolare bene […] andrebbe commentato lʼexploit dell’ Olimpico con qualche scialacca indirizzata a Orrico. Se questo ha cavato dalla squadra, dopo averla valutata con un poʼ di realismo, perché è andata a fare la figuraccia di Marassi? Il discorso è antico molto più che non sembri. Alcuni che ritengono di essere novatori non fanno che ripetere vecchie e scipite storielle».

Nonostante il passato poco glorioso, i risultati non ottimi e la bizzarria della gabbia fatta costruire a Appiano Gentile («non ho inventato niente» dirà «il merito è di quei ragazzini che giocavano sulla spiaggia a Livorno. Semmai sono stato il primo a scoprire la gabbia e a utilizzarla in modo scientifico negli allenamenti»), è noto che il compagno Orrico fu benvoluto dalla squadra – nella quale giocavano tre campioni del mondo in carica –, in modo particolare per la flessibilità dei suoi ritiri. Pare però che i suoi metodi di allenamento non fossero amati da Matthaeus (per il quale il compagno allenatore disegnò un nuovo ruolo da numero 5, libero e playmaker). La leggenda vuole che, allʼinizio di quella stagione, il pallone dʼoro tedesco abbia sussurrato a qualche cronista: «In una settimana di Orrico si fa quanto si faceva in tre settimane di Trapattoni. Non ho mai faticato tanto. Speriamo che le cose cambino in fretta».

Dirà Klinsmann del compagno Orrico, venticinque anni dopo: «Aveva delle buone idee, forse era in anticipo sugli anni, avrebbe meritato maggior fortuna, purtroppo ha pagato i mancati risultati. La sua gabbia era un metodo per allenare la tecnica, ma anche la velocità, lʼaggressività, a saper ragionare sotto pressione con pochi tocchi in rapidità. Una metodologia che, rivisitata in alcune parti, ho riproposto anche nella nazionale Usa».

Il compagno Orrico si dimetterà dopo una sconfitta per 1 a 0 a Bergamo contro l’Atalanta, prendendo in contropiede tutta la squadra e rinunciando al suo stipendio da «operaio specializzato, […] in sintonia con il partito che ho sempre votato».

Dopo le sue dimissioni Zenga dirà: «È la più brutta giornata della mia carriera sportiva. Ho voglia di buttarmi nei Navigli»; Klinsmann: «Con Orrico ho sempre avuto un rapporto onesto e aperto: penso che sia un ottimo allenatore e un uomo di carattere. Ma qui non ha mai potuto lavorare con tranquillità, lʼambiente era troppo agitato, a cominciare dai giornalisti che gli hanno rotto le scatole fin dal primo giorno […] Non voglio cancellare e neanche sminuire le nostre colpe. Se avessi fatto anche solo cinque o sei gol, Orrico sarebbe ancora qui. Comunque, io continuo ad appoggiare le sue idee, di bravi come lui in giro ce nʼè pochi»; Berti: «Bisogna dire che raramente si vedono allenatori dimissionari, di solito li licenziano. Le sue idee erano buone e ben spiegate, ma alcuni di noi non le hanno capite: io non posso andare più in profondità, dico solo che a giocare a zona dovrebbero riuscirci tutti […] Sono amareggiato, il mio rapporto con lui era molto buono».

L’anno successivo il compagno Orrico ripartirà da Lucca, dove già aveva fatto molto bene. Allontanato dopo venti partite – con solo due vittorie e dieci pareggi, e sostituito da un altro compagno, il professor Franco Scoglio – il maestro di Volpara commenterà amareggiato: «Di me non rimane niente. Sono una persona sconfitta. Ho fallito allʼInter, ho fallito alla Lucchese. Lo dice la realtà: oggi Corrado Orrico non è un allenatore affidabile. Inutile cercare scuse. Ho commesso degli errori, è giusto che venga un altro al posto mio. Per me è un colpo terribile. Mi sento come se avessi preso due calci in bocca di seguito».

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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