L’unica oltre l’amore

L

Per quel che può contare il mio giudizio, considero Giovanni Truppi e Niccolò Contessa i migliori cantautori italiani della mia generazione – o almeno quelli che più corrispondono alla mia idea di cantautore –, e perciò ero certo che avrebbero portato a Sanremo una bella canzone.

Ora Truppi ha pubblicato una raccolta, una specie di best of che include il pezzo di Sanremo e, come seconda traccia, “L’unica oltre l’amore”, brano al quale personalmente sono molto legato perché fu pubblicato come singolo nello stesso periodo nel quale (incredibilmente) uscì in libreria “Mia madre astronauta” – una specie di best of di miei racconti brevi surreali, giochi di parole e umorismi vari che mi metteva a nudo di fronte a un pubblico potenziale di milioni di lettori (che poi ne siano state vendute poche centinaia di copie, che sia stato posizionato in alcune grandi catene tra i libri di scienze e che alcuni giurati del torneo letterario di Robinson lo abbiano considerato un’oscenità, poco importa).

Io a quel tempo non lo sapevo che quel libro mi metteva a nudo, perché mentre scrivevo quei racconti mi sembrava solo di mettere assieme parole e immagini per descrivere il mondo nel modo in cui lo vedevo io. E perciò quando mi capitò di presentarlo in pubblico per la prima volta non sapevo cosa dire perché in fondo, a quel tempo, non esistevano altre parole e immagini per raccontare quelle storie se non quelle che erano presenti già nel libretto. Così decisi di mettere su un piccolo spettacolo teatrale, per evitare il solito tran tran di domande e risposte che mi avrebbero imbarazzato, e c’era un mucchio di gente che conoscevo, e lo aprii con “L’unica oltre l’amore”, quella canzone che avevo ascoltato pochi giorni prima, perché riconoscevo tutto quel che avevo scritto e il mio modo di vedere il mondo nei versi che chiudono la canzone: “l’unica oltre l’amore / che dice davvero chi siamo / a tutti gli altri uomini come noi / è quella cosa che ci divide tra chi simpatizza con chi vince / e dall’altra parte / ovunque, da sempre e per sempre, / chi simpatizza con chi perde“. La presentazione/spettacolo avrebbe potuto concludersi lì (“ecco, è tutto, il mio libro parla di questo, degli sconfitti”), e invece la portai avanti – un po’ fiacca, in verità – per quaranta minuti.

Ma io a quel tempo non capivo che mi stavo mettendo a nudo, e credevo che quel modo di pensare il mondo fosse legato alla mia formazione socialista e interista. La fortuna ha voluto che nascessi in una famiglia borghese, non ricca ma di certo benestante. Mi spertico nelle lodi a me stesso: mi ritengo una brava persona, perlopiù onesta, alla quale le cose sono andate finora più o meno bene, anche nelle difficoltà. E in generale non dovrebbe fregarmene nulla dei diritti e del destino della classe operaia, dei detenuti, degli immigrati, degli esclusi, dei malati, dei bambini, delle donne, perché sono categorie lontanissime da me per età, sesso, salute o estrazione sociale, e poi – come tutte le categorie, a conoscerle bene – piene di teste di cazzo pronte a salire sul carro dei vincitori. Quel che mettevano a nudo davvero quei racconti e quella canzone non erano però la mia empatia per gli ultimi ma la strizza di diventare un giorno uno di loro; il terrore che uno come me, una come mia figlia, un mio affetto possa, per qualsiasi motivo (un colpo di testa, una guerra, una pandemia), perdere il suo posto nel mondo senza che ci sia nessuno a difenderlo e a pensare al suo destino; ammettere che, in fondo, come tanti altri buzzurri neanche io ho mai fatto nulla di concreto per il mondo che sta fuori dalla mia bolla e che come tanti/troppi non ho le spalle abbastanza larghe per supportare e sopportare tutto e tutti: blatero, me ne interesso, mi preoccupo, firmo appelli e referendum, “simpatizzo” per paura e per egoismo.

Scrisse malinconicamente Roberto Bolaño a proposito della nostra disordinata esperienza di presuntuosi esseri umani, quando la sua personale stava per volgere al termine, che «scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire. Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che sono in prigione e negli ospedali. Gli impotenti l’unica cosa che vogliono è scopare. I castrati l’unica cosa che vogliono è scopare. I feriti gravi, i suicidi, i seguaci irredenti di Heidegger. Perfino Wittgenstein, che è il più grande filosofo del Novecento, l’unica cosa che voleva era scopare. Perfino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare. È triste doverlo ammettere, ma è così». Io non lo credo, però magari è davvero così, e siamo solo sciocchi animali in lotta per qualche minuto di piacere e per la riproduzione, per la trasmissione dei nostri geni, come il cane, il gatto o il pesce rosso, nulla di più, e tutto quello che ci dispera è solo una grande masturbazione cerebrale.

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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