In analisi, tra Kurt Cobain e Richard Ashcroft

I

Da buon boomer, qualche giorno fa ho fatto un giretto su youtube per riascoltare un po’ di Nirvana. Mi è capitato così di imbattermi nell’ultima apparizione televisiva di Kurt Cobain, avvenuta in Italia, a «Tunnel», qualche giorno prima del tentato suicidio di Roma e a un mese o poco più dalla sua morte. È un fatto che non conoscevo, o forse non ricordavo, che a riguardarlo oggi (conoscendo l’epilogo di quella storia) pare terribile. Così, in quel video della Rai, nei movimenti spaesati di Cobain dopo «Serve the servants», ho creduto di trovare già quell’assenza, quel distacco, quella necessità di fuga che ne avrebbero concluso la vita – ma forse, in quel momento, quell’assenza, quel distacco, quella necessità di fuga erano solo una risposta confusa e frastornata agli autori del programma che avrebbero voluto costringere la band a gag con Antonello Fassari e Corrado Guzzanti.


Mi sono ricordato di quando D. – che già era più che adolescente – nella sua camera “da grande” ci raccontò della morte di Cobain, e se non ne rammento le parole ne ricordo la precisa sensazione di disorientamento, quella distanza che per un bel po’ mi fece nemico il povero Kurt. Quello stato di smarrimento non era colpa di Cobain, ovviamente, né di D., ma della difficoltà di mettere a fuoco per bene la vita e la morte, il successo e il fallimento, la necessità della felicità e il senso del dolore e un mucchio di altre cose che l’analista dovrà seguirmi nell’oltretomba per darmi, finalmente, una soluzione.


Con tutta quell’inimicizia per Cobain, il mio interesse in fatto di musica internazionale virò verso il britpop. La mia canzone preferita di quel periodo di prima adolescenza era senza dubbio «The drugs don’t work» dei Verve che, nel mio inglese approssimato e fatto di assonanze, mi sembrava parlasse di amore e droga – e invece parlava di depressione e medicinali che non funzionano, e l’ascoltavo a ripetizione e così alla fine, pur senza comprendere il senso di quel testo, tutta quella malinconia che avevo fuggito rifiutando Cobain mi era tornata dentro con Richard Ashcroft.

Ho pensato perciò di fargli causa per farmi risarcire di quel disagio che mi porto dentro che si prende tutto, anche il caffè, ma la mia analista mi ha consigliato di lasciar perdere perché sarebbe troppo difficile dimostrare venticinque anni dopo la responsabilità di Ashcroft per il danno che ritengo di aver subito. «Il povero Ashcroft» ha aggiunto «non se la passa mica tanto bene dal punto di vista economico». Le ho dato ragione – «che poi i soldi non fanno la felicità!» – ho pagato la seduta, sono uscito dallo studio e, nella sala d’attesa, ho scorto Richard Ashcroft e l’ho salutato: gli ho sorriso e ho mimato con la mano un «te possino», lui ha ricambiato con un cenno del mento.

Mi chiedo come gli sia passato per la testa di trasferirsi a Frosinone.

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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