MU – La risaia in fiamme (20090 – Tipografia Helvetica)

Sto leggendo un romanzetto molto bello. S’intitola “MU – La risaia in fiamme” (20090 – Tipografia Helvetica) e lo ha scritto Tommaso Labranca otto anni fa. Parla di un ragazzo di provincia mio coetaneo, ventinovenne all’epoca della narrazione, e dei suoi tentativi di fuga dall’entroterra molisano verso un luogo vago (l’iperborea costruita con le informazioni frammentarie acquisite attraverso i motori di ricerca).

Per la prima volta mi pare di leggere un romanzo che racconta come internet abbia mutato il rapporto dei ragazzi con la vita in provincia (in particolare, quello della prima generazione stravolta da internet, nonostante sia lo stesso Labranca ad avvertirci di utilizzare qualsiasi classificazione autoassolutoria con cautela, ammonendoci di non cadere in “quella sciocca esaltazione che nasce quando si vantano di far parte delle stesse inutili categorie. Noi ventenni o noi meridionali. Peggio ancora: noi ventenni meridionali. Quelle coorti, che sono il loro orgoglio spudorato, diventano anche la giustificazione dei loro fallimenti“).

Di più, la costruzione di una cultura frammentaria (“copio fotografie, brevi frasi, titoli in lingue incomprensibili, brani musicali poco noti […] poi riesamino tutto quel materiale e mi viene persino da piangere per la rabbia quando non riesco a creare un panoramico di tutta quella materia”) e distratta, nella quale si cercano le frasi che danno ragione e confermano le proprie teorie (“voglio solo conferme, non conoscenze“), non porta più i provinciali all’illusione di una nuova vita in una grande città ma alla ricerca di luoghi inesistenti (come accade per il protagonista) o all’aspirazione a una vita nella quale “condividere le atmosfere magiche dei locali alla moda, dove si bevono alcolici restando sempre lucidi, dove tutti si sorridono e si parlano anche senza conoscerso. Dove le donne sono sinuose, gli uomini hanno la barba di tre giorni, gli occhi verdi e tutti paiono disegnati all’aerografo“.

Mi colpisce che Labranca abbia colto all’età di cinquant’anni un disagio che avrebbe dovuto essergli lontano per anagrafe, quello dell’aspirazione irraggiungibile a posti e vite impossibili che sono collage di più luoghi ed esperienze, costruendo questo piccolo romanzo di formazione che utilizza categorie e linguaggi che nella discussione pubblica e nella narrativa italiana ho incontrato pochissime volte (o forse mai). Mi colpisce soprattutto come lo scrittore riesca a parlare delle nuove tecnologie senza far perdere qualità, romanticismo e poesia alla narrazione, un caso rarissimo: “Pensa alle gif animate, realizzate vent’anni prima e che da allora decorano pagine web pacchiane, gratuite, dimenticate, mai cancellate. Mu si addormenta pensando alle gif animate, alle faccine che sono serie, sorridono, tornano serie, sorridono, alle stelle che emettono lo stesso riflesso nello stesso punto, alle @ che continuano a girare e su cui nessuno clicca più“.

Sono solo a metà, ma già lo consiglio a chi ha tempo e voglia.

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Antonio Coletta
Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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