Altaforte e i fascisti, da Fiuggi a Torino

La piccola polemica settoriale sulla presenza al Salone del Libro di Torino della casa editrice Altaforte, legata a Casa Pound e diretta dal fascista Polacchi, rinnova il problema – burocratico e sostanziale – della democrazia liberale in Italia: possono partiti neofascisti come Forza Nuova o Casa Pound partecipare a competizioni elettorali democratiche? Se in una competizione elettorale democratica la maggioranza dei votanti scegliesse liberamente una destra fascista (che non si vergogna di esserlo e – per sua natura – antidemocratica), le istituzioni democratiche dovrebbero rispettare il voto (non tutelando però né il futuro della democrazia né i diritti fondamentali dei loro cittadini)? L’editoria che senza vergogna fa propaganda neofascista e gli starnazzi legati a quel mondo lì hanno diritto di promozione?

Sono domande scivolose alle quali possiamo dare solo risposte politiche. Penso che abbiano fatto bene Raimo, i Wu Ming, Ginzburg, Zerocalcare e altri – dall’alto della loro notorietà – a sollevare il polverino sulla presenza al Salone di una casa editrice smaccatamente neofascista, a tenere alta l’attenzione sul problema della normalizzazione del fascismo.

Non hanno più vergogna dei loro istinti: tra quelli che presero parte nel 1994 a Fiuggi alla fondazione di Alleanza Nazionale c’era chi credeva nella nascita di un vero partito conservatore in Italia e tantissimi che volevano liberarsi dal marchio di infamia dell’essere fascisti, pur non rinnegando nell’intimo tradizioni e idee violente e antidemocratiche – col senno del poi, è stato probabilmente quel senso di imbarazzo sulle origini antidemocratiche, è stata forse l’inaccettabilità del mostro-fascismo a garantire per quasi un ventennio all’Italia una destra che , a confronto con quella di oggi di Salvini e Di Maio, potrei definire addirittura di stampo churchilliano.

Mentre ridevamo dei quattro sfigati di Acca Larentia, Predappio e delle farneticazioni sulle ragioni dei vinti, quegli istinti del basso ventre hanno ripreso slancio e (pur rimanendo – si spera – minoritari) occupano gli spazi liberi.

Attenzione a non piegare la diatriba a una guerra tra destra e sinistra: la scelta qui è tra fascismo e antifascismo, tra repressione e libertà, violenza e non violenza, dittatura e democrazia – in fin dei conti, tra il male e il bene.

Sta a tutti noi fare scelte politiche forti per quello che possiamo, per non abbassare mai l’attenzione su quello che potrebbe accadere, per ricordarci che esistono, sono cattivi, potrebbero tornare e non si vergognano delle loro origini, neanche quando leggono una lettera d’amore come quella del partigiano mandato a morire che pubblico qui di seguito.

Ascesa e caduta della Valle del Sacco

“Io non voglio crescere in una provincia dove il solo progresso culturale è la lettura di una stupida rubrica intitolata Ciociaria Paranoica” (Sistino – Prima Elementare di Alatri)

Molti non sanno che “we’ll always have the Sacco Valley”, l’eccezionale battuta pronunciata da Humphrey Bogart al termine del film “Casablanca”, fu doppiata in italiano con “avremo sempre Parigi” per distogliere l’interesse del pubblico nazionale da quella che sarebbe diventata la libera discarica di troppe fabbriche e stabilimenti.

Al termine della seconda guerra mondiale, infatti, il progetto di uno sviluppo industriale a basso costo e senza regole si volgeva pieno di speranza verso la Valle del Sacco. L’idea si realizzò, poi, nel giro di pochi decenni: il fiume divenne un grande canale di scarico per le multinazionali, il sottosuolo un magazzino di scorie per la malavita, le polveri sottili stagnanti tra i monti.

Anche il grande regista François Truffaut aveva lavorato a lungo ad un film-documentario dedicato alla vallée du Sac intitolato provvisoriamente “Le dernier fettuccina” nel quale si chiedeva che modello di sviluppo fosse quello nel quale si cede la proprietà della salute degli abitanti di un territorio alle multinazionali in cambio di posti di lavoro, salari, voti. “Che razza di equilibrio sociale è questo?”, appuntò  il più importante esponente della nouvelle vague dietro una cartolina che gli aveva inviato un fan da Ceccano.

“Per decenni abbiamo dato per scontata la nostra salute e quella dei nostri figli, sottovalutato la precarietà del nostro territorio e di questa società; ce ne ricordiamo di rado, quando ci ammaliamo, quando muoiono tre vacche, quando il fiume si riempie di strane schiume bianche”, dice Sean Connery in “007 – Missione Falvaterra” subito prima di lanciare il suo nemico Licio Ciarrapi giù dal ponte di Castro dei Volsci. L’inquadratura non segue la caduta ma James Bond, che sale sulla sua Aston Martin e sfreccia via verso l’Autogrill La Macchia. Al termine della pellicola i titoli di coda spiegano: “Tre anni dopo i fatti raccontati nel film, James Bond, stanco di combattere il male, aprì uno stabilimento balneare a Terracina. La schiuma del fiume Sacco attutì la caduta di Licio Ciarrapi: ancora oggi è uno dei più influenti uomini d’affari del basso Lazio”.

La storia del cinema, però, dà anche speranze agli abitanti della Valle del Sacco. Nel sequel di Ritorno al Futuro nel quale i protagonisti tornano indietro nel tempo per provare l’ebbrezza di prendere un treno che porta a Roma dalla stazione di Collepardo, il dottor Emmett Brown ci ammonisce tutti: “il vostro futuro non è ancora stato scritto, quello di nessuno. Il vostro futuro è come ve lo creerete. Perciò createvelo buono”.

“Ascesa e caduta della Valle del Sacco” è stato pubblicato nel numero di Dicembre 2018 di Gente Comune, periodico gratuito distribuito nella Provincia di Frosinone

Godzilla in Messico (Roberto Bolaño) – Traduzione molto libera in pausa pranzo

GODZILLA IN MESSICO (Roberto Bolaño)

Senti questa, figlio mio: 
cadevano le bombe su Città del Messico
ma nessuno se ne interessava.
Il veleno si levò in aria
si sparse nelle strade, attraverso le finestre aperte.
Finito di mangiare, tu guardavi i cartoni animati in tivvù.
Io stavo leggendo nella stanza accanto
quando seppi che andavamo a morire.
Nonostante il capogiro e la nausea
mi trascinai fino alla sala da pranzo
e ti trovai a terra.
Ci abbracciammo.
Mi domandasti cosa accadeva
e io non ti dissi che stavamo per morire
ma che stavamo cominciando un viaggio,
un altro ancora, un altro insieme.
Ti dissi di non aver paura.
Andando via, nemmeno la morte ci chiuse gli occhi.
«Cosa siamo?» mi domandasti una settimana o un anno dopo,
«Siamo formiche? Api? Casi sbagliati persi
nel gran minestrone avariato del destino?»
«Siamo uomini, figlio mio. Quasi uccelli. Eroi pubblici e segreti»

GODZILLA EN MÉXICO (Robero Bolaño)

Atiende esto, hijo mío: las bombas caían
sobre la Ciudad de México
pero nadie se daba cuenta.
El aire llevó el veneno a través
de las calles y las ventanas abiertas.
Tú acababas de comer y veías en la tele
los dibujos animados.
Yo leía en la habitación de al lado
cuando supe que íbamos a morir.
Pese al mareo y las náuseas me arrastré
hasta el comedor y te encontré en el suelo.
Nos abrazamos. Me preguntaste qué pasaba
y yo no dije que estábamos en el programa de la muerte
sino que íbamos a iniciar un viaje,
uno más, juntos, y que no tuvieras miedo.
Al marcharse, la muerte ni siquiera
nos cerró los ojos.
¿Qué somos?, me preguntaste una semana o un año después,
¿hormigas, abejas, cifras equivocadas
en la gran sopa podrida del azar?
Somos seres humanos, hijo mío, casi pájaros,
héroes públicos y secretos.

Per un’opposizione a questo governo pazzoide (prima che sia troppo tardi)

Ho letto che Fratelli d’Italia ha presentato in parlamento un disegno di legge per l’abolizione del reato di tortura.

Contro lo stesso reato si era già espresso in passato il ministro degli interni Matteo Salvini che giusto ieri — accettando l’invito ad un incontro ricevuto dalla sorella di Stefano Cucchi, torturato e ucciso da chi doveva garantirne la sicurezza — ha ribadito la sua vicinanza incondizionata alle forze dell’ordine.

Non mi pare improbabile che questo governo pazzoide proceda all’abolizione di una legge che può limitare gli abusi da parte delle forze di polizia e che, proprio come queste ultime, garantisce la sicurezza di chi vive questo Paese.

La sicurezza e la libertà di tutti viene garantita dalle procedure formali che permettono di controllare l’operato di un governo che dà ordini via twitter e dal magistrato che riconosce un reato nell’operato di Salvini sulla nave Diciotti e lo indaga come qualsiasi altro cittadino.

Il richiamo continuo alle regole, dalle parti della Lega, vale solo per i nemici. Regole inventate quando si tratta dell’Europa, ad esempio, alla quale chiediamo aiuto ma non cediamo la sovranità politica.

Non mi meraviglierebbe se in questa Italia una larga fascia di popolazione abbracciasse imprudente le scelte di quello che aspira a diventare un regime autoritario poggiato sulla mediocrità delle idee della gente comune oggi al governo e inghiottita dalla Lega in un sol boccone; fondato sulla guerra dei poveri contro i poverissimi, dei poverissimi contro miseri, dei miseri contro i miserrimi, su un’idea diffusa che un nemico abbia reso schifose le nostre vite (vaccini, neri, musulmani, rom, Soros, l’Europa, Renzi, Berlusconi) e non le nostre scelte personali e politiche.

Abbiamo schifato la politica per troppo tempo, ora dovremmo schierarci tutti contro questo governo e alzare i toni verbali dello scontro ogni volta ce ne sia la possibilità prima che sia troppo tardi.

Caccia al nero ad Alatri (FR)

Cronache pagane. Sono nato e cresciuto ad Alatri (FR), paese di trentamila anime nel quale la scorsa settimana è stato sacrificato un immigrato al ministro degli interni.

Potere dell’internet, tutto è avvenuto in tempi brevissimi: un paparazzo locale ha diffuso in rete un rap improvvisato di un inconsapevole rifugiato nel quale il ragazzo mostrava il dito medio criticando in modo colorito le politiche razziste del Governo italiano, un consigliere comunale ha chiesto al prefetto l’espulsione dell’immigrato, la digos lo ha identificato e denunciato, il Facebook dei miei compaesani si è riempito di insulti coloriti almeno quanto il rap incriminato.

Il ragazzo sacrificato ha utilizzato, con poca proprietà, un linguaggio da bar meno violento di quello che ogni giorno possono utilizzare liberamente la stragrande maggioranza dei suoi aggressori per le loro chiacchiere — oltretutto senza essere registrati e diffusi su Internet per aprire un dibattito.

Passati gli attimi adrenalinici della caccia all’uomo, potrebbe essere opportuno fermarci, riflettere e vergognarci, un po’ come a me accade ogni volta che in modo avventato faccio o dico una cazzata, un po’ come mi è accaduto ogni volta che le vicende di Alatri (FR) — il paese di trentamila anime nel quale sono nato e cresciuto — sono finite nelle pagine della cronaca nazionale.

Il mio primo libro

Quando dodici anni fa decisi di diventare un giornalista avevo già scritto centinaia di post e racconti su vari blog e strambe webzine.

Con l’ottimismo tardo-adolescenziale verso il futuro che mi ha contraddistinto a lungo e sconsigliato dai tanti che mi parlavano di crisi dell’editoria, precarietà e difficoltà economiche, non ho avuto il coraggio di prendere sul serio il mestiere.

Ho bucato alcune importanti possibilità e ho infine deciso di guardare alla scrittura come ad un hobby.

Ciononostante, negli anni successivi ho avuto ancora tante opportunità di scrivere.

Ad esempio ultimamente ho avuto l’occasione – per me importante – di scrivere un libro – il mio primo libro.

Sarà in libreria tra qualche giovedì. Dovrò ringraziare un mucchio di gente.

Credo di aver fatto un buon lavoro, documentato, romantico, divertente e non banale – ma questo potrà giudicarlo solamente chi avrà voglia e pazienza di leggerlo.

In ogni caso, sarà certamente un Pulitzer facile per me: in questi giorni, a trentaquattro anni, sono emozionato come un bambino per gli eventi futuri (sto per realizzare un sogno) e pieno di rimorsi per le scelte passate (non ho avuto il coraggio di diventare né un giornalista con tutti i crismi né uno scrittore vero).

Amo scrivere storie. Da quando ero un piccolo Antonietto, in qualche modo che non saprei spiegare neanche a me stesso, mi dà serenità ed equilibrio.

E amo Franca e Caterina, che (tenaci) mi sopportano. A loro è dedicato anche questo mio sforzo, come ogni cosa faccio in questo mondo.

Siren Festival 2018 – Live Report

Se esistesse una classifica dei palchi più belli d’Italia, con ogni probabilità il primo in graduatoria sarebbe quello tirato su ogni anno in Piazza del Popolo a Vasto per il Siren Festival, con il mare che sembra correre per chilometri alle sue spalle e con il sole che lascia a bocca aperta noi gente di ponente quando tramonta senza tuffarvisi dentro – e tuttavia non esiste alcuna classifica dei palchi più belli d’Italia.

Esiste, al contrario, il miracolo di un festival che da cinque anni si rinnova in un antichissimo centro della costa adriatica e benedice le sue spiagge, i suoi alberghi, i suoi ristoranti e le sue gelaterie con la presenza di spettatori da ogni dove ed artisti nazionali ed internazionali di primo piano, talmente coinvolti dal clima festivo che non è difficile trovarsi a bere una birra di fianco a Tom Barman dei dEUS o beccare i PiL intenti a fare le boccacce a vostra figlia.

E così io, la mia famiglia e la nostra simpatica combriccola di beoni ci ritroviamo a Vasto di anno in anno ad assistere al prodigio di una rassegna musicale estiva di alta qualità nel centro Italia e a quello del brodetto, una stupefacente zuppa di pesce, entrambe particolarmente gustose nell’anno 2018.

Con una programmazione che quest’anno strizzava l’occhio ad un pubblico di ultratrentenni, la manifestazione è stata aperta al giovedì sera dalla proiezione di una versione restaurata di “Yellow Submarine” nel suggestivo cortile del Palazzo d’Avalos e da una più o meno contemporanea festa in spiaggia per poi esplodere al venerdì mentre sul golfo di Vasto si consumava l’eclissi lunare più lunga del secolo.

Gli Slowdive – che avevano involontariamente anticipato la line-up del festival attraverso i propri profili social – sono i primi ad incantare da [quello che sarebbe] il palco più bello d’Italia [se esistesse una classifica dei palchi più belli d’Italia]: riunitisi nel 2014, la loro ora di musica non risente di scioglimenti ed età ma gode di un’intesa e una maturità invidiabile.

Li segue sullo stesso palco due ore dopo Cosmo, primo artista ad occupare simbolicamente il festival per conto dell’etichetta 42 Records (il secondo sarà Colapesce il giorno seguente) con il suo party pop-elettronico che fa ballare e divertire una Piazza del Popolo che aveva accolto noi più maturi – reduci dal concerto dei tedeschi Lali Puna nel cortile del Palazzo d’Avalos e da un pit-stop ai chioschi del pesce take-away – e tutti gli altri – che invece s’erano impegnati nell’ascolto di M¥ss Keta.

A chiudere la giornata sono stati i belgi Soulwax con il loro progetto 2manydjs.

Da segnalare tra le altri, nel programma del venerdì, l’esibizione di Mouse on Mars nel Cortile d’Avalos e quella di Germanò sul mini-palco-fronte-golfo-di-Vasto di Porta San Pietro.

Poi il sabato uno sciopero dei dipendenti Ryanair ha impedito ai Toy di esibirsi, e tuttavia l’attenzione è stata catalizzata dal poker Colapesce – Rodrigo Amarante – dEUS – Public Image Ltd.

Vestiti da sacerdoti, il cantautore siciliano e la sua incredibile band (della quale fa parte anche Adele Nigro, cantante dei Any Other esibitisi la sera precedente nei Giardini d’Avalos) portano sul palco le canzoni dell’ultimo album Infedele, lasciandomi strabiliato per la resa dal vivo.

L’esibizione del polistrumentista brasiliano Rodrigo Amarante nei suggestivi giardini del Palazzo d’Avalos lascia a bocca aperta gli spettatori, in particolare un mio amico toscano che ascoltandolo accusa sintomi propri della sindrome di Stendhal.

I dEUS tornano in Italia senza il chitarrista Mauro Pawlowski, ennesimo cambio di formazione della band attorno al frontman Tom Barman, eppure, nonostante i pezzi più recenti risultino meno entusiasmanti di quelli dei primi quattro album – degnamente rappresentati da Instant Street, Roses, Hotellounge e Suds & Soda – e costringano il cantante a chiedere una maggiore partecipazione del pubblico, il gruppo di Anversa continua ad essere una bomba atomica dal vivo.

Il pubblico si divide poi tra i PIL – riservati al pubblico più maturo –, l’elettronica degli Ivreatronic nel cortile del Palazzo d’Avalos e gli stand enogastronomici.

Tra i tanti, da segnalare nella stessa giornata le esibizioni dei Bud Spencer Blues Explosion, Amari e Mèsa.

La domenica, poi, mentre Nic Cester si esibisce nella Chiesa di San Giuseppe, la mia famiglia con la sua simpatica combriccola di beoni si reca ai Bagni 51 di Vasto Marina, dove è stato montato un palco sulla spiaggia, a godere dell’ultimo sole e degli ultimi suoni, subito prima di tornare ad attendere l’estate del 2019. Per un altro Siren Festival. E per un altro brodetto.

Live Report per realizzato per DIRT, pubblicato il 7 agosto 2018

Due mesi di Governo Conte

Piccolo diario della mia opposizione da poltrona

27 maggio 2018

L’eventuale esecutivo Conte sarebbe l’ennesimo governo padronale che, nel suo programma, non riconosce la crisi del capitalismo e la necessità di riformarlo o superarlo.

A voler essere più populisti dei populisti, se da un lato sono sicuramente necessarie misure di sostegno al reddito, dall’altro il reddito di cittadinanza mi pare un provvedimento insufficiente a risolvere concretamente i problemi che mi sembrano più gravosi per la popolazione attiva, la mancanza di occupazione e la tutela della sicurezza e della qualità della vita del lavoratore.

A me verrebbe in mente, ad esempio, di incentivare gli investimenti sul terziario e disincentivare quelli sull’industria che da sola non ce la fa; di diminuire le ore di lavoro e agevolare il part-time. E al contrario, nel “contratto” si accenna addirittura alla reintroduzione dei voucher e nulla si dice della situazione drammatica di un numero sproporzionato di finti consulenti a partita iva.

[occorre dire, per inciso, che anche le mie “proposte” sono tutte idee di massima che non valgono niente se non inserite in un progetto complessivo, valido a lungo termine, di una riorganizzazione internazionale della distribuzione del reddito]

Ai ceti più bassi, invece, vengono prospettate dal “contratto” misure (ad esempio la flat tax) che possono dare un sollievo generale nel breve termine ma che sul lungo periodo potranno comportare una crisi dei servizi pubblici, favorendo così i ceti più ricchi – e le compagnie di assicurazioni, la sanità e l’istruzione privata.

Mi pare, invece, solletichi parecchio l’umore del cittadino il “togliere ai ricchi per non dare a nessuno” (in una logica punitiva per la quale il popolo non vorrebbe di più per se stesso ma si accontenterebbe del veder soffrire chi finora ha avuto più di lui) ed incolpare lo straniero (ricco o povero, europeo o africano) di un disagio tutto nostro.

Questo mio stupido post è solo uno dei tanti che non aggiunge qualità alla politica di questo Paese: è davvero quella strillata sui social network l’Italia che vogliamo?

Forse sperimenteremo protezionismo e repressioni violente del dissenso e sarà un disastro maggiore di quelli passati.

O magari sbaglio, verrà un’Italia migliore. Lo spero.

Come singolo non posso far altro, nel frattempo, che insegnare a mia figlia quel che io avrei dovuto imparare da bambino: non riporre aspettative nel futuro di questo Paese.

11 giugno 2018

Avete mai provato a perdere un minuto nell’immaginare i vostri figli, non accompagnati, sul ponte di una nave ferma in mezzo al Mediterraneo?

Caterina batte i denti dal freddo, non ricorda più bene il volto della donna seduta alla sua sinistra, le stringe un braccio, batte i denti più forte ed ora fa male, ondeggia verso destra – verso sinistra – verso destra – verso sinistra, “mamma!” dice e stringe il braccio alla donna al suo fianco piegata in avanti che non ha più nulla da vomitare, è buio tutto intorno, ondeggia verso destra – verso sinistra – verso destra – verso sinistra, i denti battono, è passato un solo altro minuto su questa nave.

12 giugno 2018

Tra gli utenti dei social network favorevoli alla linea Salvini sulla vicenda Aquarius in pochissimi sono capaci di esprimere un’opinione argomentata e/o in italiano.

L’impressione è che la maggior parte di loro veda negli immigrati (o nello stato, o nell’Europa – sorprendentemente mai nel capitalismo) la causa della loro mediocrità, delle aspettative irrisolte, della sfortuna.

Per quello che mi riguarda penso che non mi abbia fregato nessuno: come tutti ho fatto delle scelte giuste (in amore e nello sport, ad esempio) ed altre sbagliate (negli studi e nelle occasioni professionali) delle quali mi piacerebbe accusare gli africani, e al contrario devo – per onestà – rivendicare i limiti, gli errori e le incapacità che non mi hanno permesso di vivere (raccontando storie) come desideravo.

Promemoria per il futuro: spiegare a mia figlia che la vita è troppo breve per passarla in quest’Italia triste e piena di livore.

18 giugno 2018

Per sopravvivere a cinque anni di questo governo mantenendo il mio proverbiale aplomb avrò bisogno di un serio supporto psicologico.

Amici sostenitori del movimento cinque stelle, se siete disposti a subire la restrizione delle libertà e la repressione del dissenso con un fascista al ministero degli interni pur di avere gli “onesti” al governo, accomodatevi: probabilmente siete uomini bianchi eterosessuali avvelenati da così tanti fallimenti da accettare uno stato di polizia e l’odio e la violenza come modalità di confronto e rapporto con l’altro.

Per fortuna viviamo in un Paese pieno di persone disposte a reagire, a farsi schedare e prendere manganellate anche per i vostri diritti e quelli dei vostri figli, se sarà necessario.

Gente migliore di voi.

Divertitevi un po’ con gli squadristi, sarete comunque salvi.

19 giugno 2018

Quando il Ministro degli Interni Matteo Salvini esprime “da padre” la sua solidarietà al poliziotto che ha sparato cinque colpi di pistola contro un giovane sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio dimentica colpevolmente che anche i suoi figli potrebbero essere domani vittime di abusi da parte delle forze dell’ordine.

Quando Matteo Salvini diche di essere convinto “da papà […] che i figli devono avere un papà e una mamma” dimentica che anche i suoi figli potrebbero essere omosessuali domani.

Quando Matteo Salvini invoca l’inasprimento delle pene e dei lavori forzati dimentica che anche i suoi figli potrebbero essere carcerati domani.

Quando Matteo Salvini “da ministro e da papà” attacca migranti e rom dimentica che anche i suoi figli potrebbero essere domani gli africani o gli zingari di qualcun’altro.

L’impressione è che Matteo Salvini non sia solo un cattivo ministro ma anche un padre un po’ presuntuoso.

25 giugno 2018

Con ogni probabilità i migranti di ritorno in Libia saranno imprigionati negli stessi centri di accoglienza (o meglio, di detenzione) dei quali dovranno rispondere – almeno alle loro coscienze – anche Minniti e Gentiloni.

Nulla di nuovo, nessun “successo di Salvini”, solo poveracci salvati dalla morte in mare ai quali viene però negata la dignità di esseri umani.

Il modello dell'”aiuto a casa loro” tanto sbandierato dai leghisti, poi, non aiuterebbe comunque gli attuali migranti a sfuggire dalle guerre, da Boko Haram e Isis e neanche dalla povertà delle loro terre: dar loro un sostegno economico, aiutare i paesi del terzo mondo mantenendo il modello economico attuale vorrebbe dire comunque (per loro) vivere nel nostro sottoscala con standard di qualità della vita nettamente inferiori a quelli occidentali.

Come occidente, al contrario, abbiamo un obbligo di solidarietà ed accoglienza verso le popolazioni che sfruttiamo per vivere nella nostra ipercivilizzazione: dimentichiamo spesso che i confini, le nazioni (quella italiana, poi, esiste da appena 150 anni – cinque o sei generazioni), gli stati, i sistemi d’accoglienza, l’Unione Europea, il capitalismo sono tutte convenzioni tra uomini – discutibili, migliorabili, abrogabili.

E se la soluzione non passasse per la chiusura dei confini ma per il superamento graduale dell’idea di confine e nazionalità? Converrebbe forse, a noi italiani ed europei, esserne promotori prima di diventare/ritornare gli africani di qualcun altro.

Sono argomenti noiosissimi ma così rilevanti oggi che non parlarne mi sembra un delitto. Continuo a scriverne durante il tempo libero perché depresso da tanta ignavia e abbrutimento. Finirò per abituarmi. O al manicomio.

29 luglio 2018

Quante brutte storie in questo Paese: ieri accompagnavo mia figlia Caterina al suo primo concerto dei dEUS quando lei, avvistato un fantastico cavallino a gettoni in una sala giochi distante trent’anni nel tempo e pochi metri nello spazio, ha preferito cavalcare il meccanico destriero ad un’ora di musica, condivisione e buoni sentimenti; oggi il ministro degli interni ha citato un noto motto fascista, come fosse un buzzurro da osteria, per irridere chi lo ha criticato (e lo ha fatto, per giunta, nel giorno del compleanno di Benito Mussolini) e non si vergogna, non si scusa, non si dimette, non lo cacciano a pedate; domani tornerò a lavoro.

6 agosto 2018

L’intervento di Paola Taverna in Senato a favore delle ragioni dei cosiddetti “no-vax” che viene condiviso nell’internet in questi giorni – condotto con le stesse modalità utilizzate dal pubblico di Uomini e donne per intervenire durante la trasmissione – pare un caso esemplare del format mariadefilippesco adottato dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle per attrarre consensi.

Come la De Filippi ha reso protagonista di svariati programmi televisivi l’uomo comune, medio e – spesso – mediocre, le forze dell’attuale governo hanno reso protagonista delle decisioni di questo Paese uomini comuni, medi e – spesso – mediocri, incapaci di gestire ed interpretare la complessità della realtà se non attraverso categorie fatte di “sentito dire” ed empirismo spicciolo

I vecchi partiti, di destra e di sinistra, hanno consegnato carne da macello ad un governo che parla e pensa come le classi più povere ma nega loro dignità e aspirazione di qualità della vita, crescita sociale, economica ed intellettuale.

La speranza è che i migliori tornino ad occuparsi della politica nei partiti e – soprattutto – dei ceti più deboli, e che le intelligenze presenti nel Movimento Cinque Stelle e nella Lega siano responsabilmente pronte a fare un passo indietro e ad opporsi pubblicamente alle scelte più sciocche e alle decisioni più scellerate prese nel parlamento dei bar del Tufello.