Dopo la pandemia (non ci sarà) il socialismo

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Ho letto che, mentre il Consiglio Superiore della Sanità vorrebbe utilizzare i test sierologici per motivi di ricerca e verificare la diffusione del coronavirus in Italia, dall’altro lato governatori di regioni e imprenditori sarebbero in sollucchero all’idea della possibilità di ripartire utilizzando questi test per concedere la cosiddetta patente d’immunità – eventualità osteggiata sia dal Ministro della Salute sia dall’OMS, che ritengono questi strumenti ancora inaffidabili. Di più, alcune regioni e alcune imprese avrebbero già affidato a privati gli screening dei loro cittadini e dipendenti, con il risultato che – al solito – in questo Paese non si capisce un pene di quel che sta accadendo.

A me pare evidente che le scelte politiche in tema di gestione dell’emergenza sanitaria debbano essere uniformi – non a livello regionale, neppure nazionale, ma internazionale – e basate su quelle che sono le indicazioni date dalla scienza. Di più, la politica dovrebbe cominciare a immaginare la società che verrà dopo la pandemia e che, con ogni probabilità, non sarà più quella ultraliberista occidentale degli ultimi trent’anni.

Probabilmente sbaglio – perché mi pare che non sia un’idea maggioritaria – ma in questa crisi mondiale potrebbero crollare le categorie con le quali siamo abituati a pensare: confini e valori e rapporti istituzionali ed economici sono elementi che non esistono in natura ma convenzioni tra esseri umani che – ovviamente – possono essere ridiscusse.

Dopo questa pandemia non ci sarà il socialismo. Per salvarci da una vita più violenta e balorda (e per garantire la sopravvivenza della democrazia e resistere a pulsioni fasciste) penso che i governi occidentali dovranno però adottare in modo uniforme provvedimenti che permettano nuove forme di organizzazione delle imprese e del lavoro, nuove modalità di redistribuzione del reddito, nuovi diritti di dignità.

Se poi questa crisi sanitaria durasse ancora per mesi, dovremo inevitabilmente abituarci all’idea di assumerci dei rischi – minimizzandoli secondo quanto ci indicherà la scienza – per recuperare quote di libertà, uscire da questo clima da stato di polizia, smettere di sopravvivere, ricominciare a vivere.

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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