Le storie degli esseri umani sono più o meno tutte identiche, dove non insistono indigenza e malattie. Quel che fa la differenza sono i dettagli, certo, ma ancor più il modo in cui vengono raccontate. «Fleishman a pezzi» poteva facilmente diventare un bignami sulle ossessioni dei quarantenni ricchi americani e invece è un trattato disperato, che fa ridere e fa commuovere più e più volte, sul tempo contemporaneo, sulla fine dellʼamore per come avevamo creduto di conoscerlo – lʼamore di coppia ma anche quello carnale, quello per i figli e quello per la famiglia in senso più ampio, quello per gli amici, quello per sé stessi, quello per il prossimo –, sulla capacità umana di ascoltare lʼaltro, sulle manie legate alla carriera, al prestigio e al denaro, sulla violenza, sullʼenorme difficoltà nel sentirsi adeguati alle aspettative, sullʼimpossibilità di trovare un proprio posto nel mondo, su quanto la realtà sia profondamente diversa da quella alla quale eravamo stati istruiti, sulla necessità di accettare lʼaltro e di educarci (e educare i nostri figli) anche alla possibilità mai remota della fine dellʼamore, a quella dei fallimenti e delle delusioni, a quella della solitudine, a quella degli errori, a quella del dolore. In un racconto ipnotico, tanto debitore di Philip Roth, disperato e disperante, ho trovato quattro persone messe in tv a porsi gran parte delle domande senza risposta che mi pongo ogni giorno, quelle sulla vita, lʼuniverso e tutto quanto. Non mi emozionavo così sinceramente per una serie tv dai tempi di After Life.