Il mio amico A. mi ha detto qualche giorno fa che non guarda i video che arrivano dalla Palestina, perché crede ci sia il rischio di abituarsi a quella violenza e a quel dolore. Forse anch’io dovrei difendermi da quella roba, perché mi pare di essere accerchiato, schiacciato: una tragedia in più di cui farsi carico, nessun diritto al superfluo.
Orwell scrisse più volte, tra il 1939 e il 1945, che in guerra non ci si può occupare di nulla di letterario. Ed è veramente così, e la guerra, oggi, è davvero dappertutto.
Come fa a non accorgersene la soubrette che in un titolo di una rivista spiega come l’amore romantico sia il vero senso della vita? In che mondo vive questa gente? Il consumo, l’arte, l’amore romantico – la tranquillità! – sono veri privilegi di classe.
Ma privilegiati, in verità, siamo anche noi (e tra noi ancor più io, nato in una famiglia borghese, maschio e occidentale) che ce ne stiamo seduti e tormentati davanti allo schermo di un computer per una decina di ore al giorno, con soldi che non bastano mai, poche speranze e, comunque, zero possibilità di morire stritolati da un macchinario, giù da una gru o per un missile caduto dall’alto – per il momento. Avanti.