Polletto e il vecchio volpone

C’era una volta un vecchio volpone che gironzolava da mesi nei dintorni di un pollaio, attendendo la giusta occasione per fare strage di galline. C’era quella stessa volta, e nello stesso pollaio preso di mira dal vecchio volpone, una gallina vecchia destinata dall’uomo a fare un buon brodo. La chioccia condannata alla bollitura depose il suo ultimo uovo e ne fece dono a una gallina giovane di nome Anna che, purtroppo, non poteva averne di proprie. Anna, riconoscente, se ne stette a covare gelosamente l’uovo per tre settimane. Poi il guscio si ruppe e dall’uovo sbucò un bel pulcino maschio, al quale Anna diede il nome di Polletto.

Polletto aveva il destino segnato: in quella parte di mondo la frattura tra pollame e umanità era ormai insanabile. Non solo da secoli nessun pollo aveva più ricoperto un ruolo di prestigio nella società, ma la specie aveva perduto uno dopo l’altro il diritto all’istruzione, a una casa, alla dignità, alla vita.

“Non esistono abbastanza risorse per tutti in questa parte di mondo” era stata la giustificazione utilizzata dai questapartedimondisti per destituire il presidente Gallo, democraticamente eletto da uomini e pennuti. In pochi anni, poi, gli esseri umani scoprirono l’irresistibile sapore del pollo fritto, quello del gallo allo spiedo e quello del brodo di gallina: un vero e proprio genocidio.

Nell’altra parte di mondo, invece, gli esseri umani e i polli vivevano ancora fianco a fianco – o almeno così raccontavano le chiocce più sagge. I signori si scappellavano di fronte ai polli e facevano l’inchino alle galline, le ragazze non resistevano alle battute di spirito dei galletti. Si raccontava anche che dieci anni prima un gallo di quello stesso pollaio fosse fuggito e avesse attraversato il mare per raggiungere l’altra parte di mondo, diventando poi direttore di un importante istituto di credito.

Polletto cresceva, Anna lo guardava e lo immaginava incellofanato in un bancone di un supermercato, appeso a testa in giù in una macelleria, dorato in una friggitoria ambulante.

La consapevolezza del destino segnato per quel suo unico figlio la portò a una decisione dolorosa ma inevitabile: quel pulcino doveva fuggire dal pollaio, attraversare il mare, andare a vivere nell’altra parte di mondo.

“Coccopsst”, fece Anna al vecchio volpone che se ne stava appostato oltre la rete metallica, “vecchio coccovolpone, coccoavvicinati”. Il vecchio volpone si appropinquò al bel bocconcino, “mi dica signora, come posso aiutarla?”

“Ho una coccoproposta da farti”

“Mi dica, mi dica, sono tutto orecchie”

“Non mi prenda per coccomatta: questa cocconotte, quando tutte le coccogalline dormiranno, ti aprirò le coccoporte del pollaio”

Il vecchio volpone sorrise, “lei è gentilissima”

“In coccocambio, lei dovrà prendere coccoconsé il mio pulcino Polletto e accoccompagnarlo alla prima cocconave per l’altra coccoparte di mondo. Senza torcergli una piuma, ovviamente”

“Ha la mia parola di vecchio volpone”

Alle undici della sera i pennuti già dormivano come ghiri, tranne Anna. Tremante, la gallina aprì le porte del pollaio al vecchio volpone.

Il quadrupede le fece un inchino, “con permesso, signora”, poi fece razzia di vite aviarie finché non rimasero ritti sulle zampe solamente Anna e il suo pulcino.

“Faccia di me coccoquello che vuole”, disse la gallina, “poi coccoprenda Polletto e lo coccometta sulla cocconave”.

Anna diede un amorevole colpo di becco sulla testolina del pulcino. Il vecchio volpone la guardò negli occhi, prese per la nuca Polletto, si voltò e fuggì via dal pollaio, verso il mare.

Ricordò in quel momento quando, tanti anni prima, in un inverno difficile suo padre si gettò contro i proiettili di un cacciatore di frodo per salvargli la vita.

Il molo era affollato di pennuti che battibeccavano mentre attendevano speranzosi un posto sulla Gallina dalle uova d’oro, la barca scalcagnata guidata da esperti lupi di mare che il giorno seguente avrebbe tentato una disperata traversata.Quando videro giungere Polletto accompagnato dal vecchio volpone, tuttavia, gli uccelli se la diedero a zampe levate – e per un posto sulla Gallina dalle uova d’oro, incredibilmente, rimase un solo pretendente.

Il vecchio volpone raccontò ai lupi di mare l’intera triste storia di Polletto – arricchendola dei particolari più commoventi che si potessero immaginare. Il capobranco, tuttavia, non volle sentir ragioni: “è un pollo troppo giovane”, disse, “e non ha il becco di un quattrino”.

Durante l’animata discussione che seguì, un lupo di mare più giovane, agitandosi alle spalle del capobranco, fece cenno al vecchio volpone di tagliar corto e di raggiungerlo in un luogo più sicuro, lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Quando furono finalmente appartati, il lupo di mare più giovane si disse commosso dalla triste storia di Polletto e offrì il suo aiuto.

“Vi darò una zampa. A trecento metri da qui c’è un’arena nella quale si organizzano combattimenti tra polli”.

“Ma Polletto è troppo giovane…”

“Taci” lo fermò il lupo di mare “combatterai tu, travestito da pollo. Seguimi”

Il lupo di mare guidò il vecchio volpone e Polletto nella sua tana. “Ecco qui”, disse tirando fuori da una cavità carsica una veste pennuta, “sarai un pollo perfetto”.

“Mi sta a pennello”, disse il vecchio volpone calzando il costume utilizzato dal lupo di mare più giovane in occasione dell’ultimo carnevale.

“Vorrei combattere”, disse il vecchio volpone travestito da pollo, “ho bisogno di denaro”.

“Quanto denaro?”, domandò l’impresario.

“Tanto denaro”, ammise lui.

“Posso darti diecimila pollari per combattere contro Sylvester Pollone”, propose l’uomo.

“Il grande Sylvester Pollone?”

“Proprio lui”

“Non ho paura”

“Hai fegato. Come ti chiami, giovanotto?”

“Mi chiamo Foie. Foie Gras”.

“Va bene Foie, preparati, combatterai questa sera”.

L’arena era piena di polli pronti a farsi spennare dagli allibratori quando i due sfidanti salirono sul ring.

Sylvester Pollone riempì il vecchio volpone di beccate, poi con un colpo d’ala lo sbatté a terra e gli si gettò addosso: stava per finirlo ma poi il quadrupede mascherato tirò fuori il muso dal costume azzannando con i canini il collo del peso massimo.

Colto di sorpresa, Sylvester Pollone perse la testa, tentò una timida reazione illogica, poi smarrì anche i sensi e crollò al tappeto.

“Mai visto nulla di simile”, commentò un cronista.

Foie Gras fu portato in trionfo fuori dall’arena e, abbracciando Polletto, tornò al molo gonfio di denaro, chiedendo per sé e per il suo pulcino un posto sulla Gallina dalle uova d’oro.

Partirono di notte, ammassati come in un allevamento intensivo – e il vecchio volpone dovette fare uno sforzo enorme per non cadere nella tentazione di mangiare il vicino. 

Teneva stretto a sé Polletto mentre, nel buio, le onde sbattevano la barcarola a destra e a sinistra, su e giù. Il vecchio volpone temé di rimetterci le penne.

I minuti sembravano non passare mai, Polletto batteva il becco per il freddo. La Gallina dalle uova d’oro cominciò a imbarcare acqua, poi si rovesciò. 

Polletto rimase a galla in balia della corrente finché non giunse in una caletta dell’altra parte di mondo, affollata per il Ferragosto.

I bagnanti, indignati per l’arrivo del pulcino via mare, avvisarono subito la polizia.

“Ancora un pulcino clandestino!”, esclamò la gallina campionessa di pilates Maria, “quando finirà quest’invasione?”

Polletto fu tradotto in un centro d’accoglienza.

Lì il suo pigolio diventò un canto.

Lì diventò un bel galletto.

Il giorno nel quale Polletto diventò un bel galletto la direzione del centro d’accoglienza gli concesse un’ora di libertà nell’aia comune. 

Vide allora in un angolo, legato con robuste catene in ferro, il vecchio volpone – ormai moribondo. 

“Chicchipapà!” esclamò Polletto. 

“Polletto! Sei proprio tu???” 

“Chicchisì, sono chicchiproprio io!” 

“Come sei cresciuto! E dimmi, come te la sei cavata in questi anni?” 

“Chicchibene, ho una chicchicella chicchispaziosa. Tu invece, chicchipapà, non stai molto chicchibene” 

“Sto andando via per sempre, Polletto mio. Accade a tutti, prima o poi. Ho sempre sperato, però, di rivederti. Ora sono felice”

“Chicchipapà, perché sei chicchincatenato?” 

“Le galline di guardia temono che le mangi” 

“Non hanno tutti i chicchitorti” 

“Già”, annuì il vecchio volpone, “ma promettimi una cosa. Tu fuggirai da qui. Non ho rischiato la vita in mare per farti passare la vita in una prigione” 

“Ma chicchiquesta non è una chicchiprigione, è un chicchicentro d’accoglienza” 

“Non ho rischiato la vita in mare per farti passare la vita in un chicchicentro d’accoglienza!”, si spazientì, “tu uscirai di qui e studierai, andrai all’università e diventerai un ottimo avvocato, Polletto!” 

“Lo chicchifarò chicchipapà” 

Non fece a tempo a dirlo che il vecchio volpone già dormiva del sonno profondo e improvviso in cui cadono, a volte, gli anziani.

Memore della promessa fatta al papà volpone, certo di non voler deluderne le aspettative, Polletto fece domanda di cittadinanza all’altra parte di mondo – ma fu respinta; domandò la libertà – ma non gli fu accordata; domandò di poter studiare – ma non gli fu concesso; domandò di poter lavorare fuori dal centro d’accoglienza – e gli proposero di tornare da questa parte di mondo per essere venduto a tocchetti in un supermercato. 

Nervoso per la sua sorte, prese a beccare compulsivamente la grata della sua cella finché non la buttò giù: un bel colpo di fortuna! Fuggì allora felice pensando al suo avvenire da principe del foro, sentí molto caldo al collo, poi cadde a terra.

“Polletto, Polletto, sveglia!”, lo strattonò il vecchio volpone.

“Chicchipapà!”

“Sei riuscito a fuggire”, disse il padre, “siamo fieri di te”

“Coccosì, coccopolletto”, disse Anna al suo fianco.

“Chicchimamma!!!”, esclamò Polletto commosso.

“Sono coccovenuta coccosubito, appena ho saputo”

“Chicchistudierò e chicchidiventerò un chicchiprincipe del chicchiforo”

“L’avvocato Polletto”, intervenne il vecchio volpone.

“Già, il coccoavvocato coccopolletto”, sorrise la mamma.

“Ora riposa, però. Il peggio è passato”, disse il vecchio volpone accarezzando il becco del galletto con una zampa.

Polletto chiuse gli occhi, contento.

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Antonio Coletta
Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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