A proposito dell’amore e del sangue

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Per un lunghissimo periodo della mia vita ho privilegiato la lettura di libri che trattavano temi di marginalità, disagio, violenza, politica, musica, cinema, amore, fantascienza. Negli ultimi anni ho invece scelto, più o meno consapevolmente, di affrontare perlopiù romanzi più o meno biografici incentrati su rapporti di sangue – solo nell’ultimo mese, per esempio, ne ho letti quattro.

Se da un lato questa tendenza, per quel che mi riguarda, può rispondere alla necessità di trovare una finale definizione del mio doppio ruolo di padre e figlio, dall’altro mi pare che ci sia una proliferazione della narrativa familiare – così rilevante che col mio amico Angelo avevamo pensato di organizzare una rassegna dedicata ai tanti ultimi libri che hanno raccontato il Novecento attraverso le storie dei padri, delle madri, dei fratelli, dei nonni, dei cugini.

Non voglio dire, con questo, che non si scriva più di amore, ma che mi sembra che, con l’inarrestabile sgretolarsi della convenzione della famiglia e della coppia, si sia sviluppato un rinnovato interesse verso i legami di sangue, gli unici, in definitiva, destinati a durare per sempre – e che, insomma, ci siano in giro più scrittori interessati a cantare il padre assente piuttosto che la donna amata.

Io stesso, d’altronde, ho scelto liberamente di metter su una famiglia non tradizionale, imponendola a mia figlia così come altre diverse famiglie non tradizionali sono state imposte a me. È probabile però che la mia sia stata (fortunatamente) l’ultima generazione a conoscere il modello di famiglia tradizionale e patriarcale appartenuta ai nostri nonni, e che le nostre figlie vivranno la loro età adulta in un mondo nel quale la parità dei sessi sarà un dato incontrovertibile e non un modo di pensare il mondo.

Credo anche che diventerà sempre più difficile trovare interesse nel raccontare (senza pornografia) l’amore sessuato in questo nuovo mondo senza il riparo di una famiglia tenuta in piedi dall’abitudine o dal sacrificio, dove tutto si fa e si disfa nel tempo di una chat. E noi che affrontiamo questo periodo di transizione dal vecchio rassicurante amore del mondo patriarcale a quello che è già nato e che sarà, come potremo viverlo senza dolore e senso di colpa, liberi di essere un po’ più felici o, almeno, un po’ meno infelici?

C’è un libro che viene dal passato e da lontano e che, con parole esatte e senza patetismi, racconta l’amore e questo stato d’animo, che turba per l’ossessività ma in qualche modo ci rassicura persino, spiegandoci infine – forse illudendoci – che anche in un amore contemporaneo non tutto vien perso, e che molto di quel che resta tende comunque a perpetuarlo per l’eternità – i figli e il loro sangue, il ricordo persistente del sentimento e della carnalità, il suo racconto. Lo segnalo qui, s’intitola «Settembre 1972» (Anfora) e lo ha scritto il poeta ungherese Imre Oravecz.

«Solo una cosa adesso e in fretta, perché a quanto vedo credi all’esatto opposto della verità, che è, sì, che mi hai provocato dolore, e il dolore continua ancora a dolere, eppure non ti condanno, questo, subito allora e dopo, ancora per molto, non lo sapevo nemmeno io, se l’avessi saputo non ti avrei certamente coperto con tali ingiurie, o se sì, semplicemente non osavo riconoscerlo, ma ora che vedo tutto chiaramente, beh, lo faccio, ripeto, non ti condanno, non perché così è più facile, ma perché è giusto così, infatti indirettamente, questo poi lo puntualizzo un’altra volta, io stesso sono colpevole della tua colpa, come anche tu sei colpevole di ogni mia colpa, e poi, e questo è il fattore decisivo, non sono sicuro che non avrei fatto al tuo posto la stessa cosa che hai fatto tu, se io fossi stato il più debole e tu la più forte, perché fosti più debole, non ho dubbi a proposito, se non lo fossi stata quasi sicuramente non avresti scelto la soluzione più facile, che, come poi si è palesato, per più facile è più facile, tuttavia non è una soluzione, tornando al dunque, quindi, non ti condanno, ma nemmeno ti assolvo, perché non assolverei nemmeno me stesso, se io fossi te e tu fossi me»Imre Oravecz – Settembre 1972 (trad. it. di Vera Gheno)

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

Un commento

Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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