Malapartiana (una pandemia non è una guerra)

Qualche settimana fa l’attore Sergio Rubini ha pubblicato un tweet nel quale chiedeva a tutti quelli del parallelismo pandemia/guerra di leggere (o rileggere) “La pelle” di Curzio Malaparte per capire quanto il paragone fosse improprio.

In effetti, credo che sia sufficiente aver letto “La pelle” o “Napoli ’44“, o anche aver ascoltato gli episodi della vita dei nostri vecchi, per trovare quantomeno azzardato assimilare quel che noi sani stiamo vivendo in questi primi mesi del 2020 a quello che accade durante e dopo una guerra.

In primo luogo perché, almeno per adesso (pur vivendo tutti una limitazione notevole delle libertà personali e, molti, più o meno notevoli difficoltà economiche) e almeno in Italia è ancora garantita [per carità, anche grazie al volontariato e alla solidarietà di alcuni] una qualità minima della vita [certo, per chi già godeva di una vita qualitativamente decente].

In seconda battuta, perché stiamo vivendo una tragedia inaspettata ma del tutto naturale. La guerra, al contrario, è inaccettabile perché porta morte e distruzione sulla base di un artificio: l’appartenenza a un territorio, a uno stato, a una famiglia, a una religione. In una pandemia si muore per un virus; in una guerra per irragionevolezza delle posizioni, per indisponibilità nel rivedere le convenzioni.

D’accordo, non eravamo preparati a nulla del genere – e, tuttavia, per quanto sia inaccettabile dover morire, mi pare comunque più accettabile essere uccisi da una malattia che crepare in guerra per volontà di potenza di altri esseri umani.


Esaurita la pandemia, poi, non ripartiremo da un’Italia in macerie come quella del ’45. In molti si affrettano a scrivere le loro memorie su questo periodo straordinario, e tuttavia sono convinto che non resterà nulla d’interessante. L’esperienza del distanziamento sociale produrrà una memoria più o meno omogenea di non-fatti identici e noie comuni – per dirla alla francese, une grosse rupture de boules.

Mai come in questi giorni abitare da sani in qualsiasi punto del mondo occidentale porta la stessa identica noia: vivo in un appartamento ad Alatri (FR) la stessa esistenza che vivrei in un flat di Manhattan – e tuttavia, a fine pandemia, se uscendo di casa il mio alter ego americano potrà recarsi al Madison Square Garden per assistere a una parita della Nba, io invece potrò al più andarmene al bocciodromo di Bitta (nota località balneare) per assistere a uno scontro al vertice tra il signor Mario e il signor Terenzio.


La noia, dicevo: devo ammettere però che, nonostante il distanziamento sociale mi pesi ormai parecchio, non sono poi così sicuro di voler tornare alla vita che avevo prima. Anzi, sono terrorizzato dal ritorno alla vita precedente.

Di questo si dovrà parlare dopo la pandemia: delle occasioni prese e di quelle perse.

Se ricontratteremo la nostra posizione sociale, se riusciremo a riconoscerci come individui e non per la professione che svolgiamo e il capitale che abbiamo a disposizione, se l’umanità e non la finanza tornerà al centro del discorso, avremo vinto.

Se invece – come temo – torneremo alla vita frenetica e nervosa di prima con nuove e maggiori difficoltà economiche causate dal voler mantenere alti i livelli di ricchezza, potere e libertà di grandi industriali e banchieri, forse avremo perso per sempre.


Da quando ci sono i DPCM leggo in modo molto disordinato. Rubini mi ha rimandato a “La pelle” e questa mi ha rinviato a mio nonno morto giovane, dal quale ho ereditato il nome e un mucchio di libri di Malaparte.

Così ho ripreso uno tra quelli, “Io, in Russia e in Cina” – edito da Vallecchi, volume del quale è andata persa la copertina negli ultimi mesi – autografato dal nonno sul frontespizio.


Sette anni fa incaricammo un robivecchi di svuotare l’appartamento dei miei nonni. L’assalto durò un giorno e mezzo. Il capitano della spedizione aveva perso un occhio in una falegnameria, menomazione che dava un tocco romantico al lutto. Quando rientrammo in casa non c’era più nulla tranne un mobile giradischi, due poltroncine, una cassapanca, gli effetti personali che avevamo ritenuto necessario salvare, i quadri e i libri – che, in una famiglia medio-borghese istruita del novecento, erano parecchi. Regalai tre cartoni di romanzi di donne e d’amore alla nonna di alcuni miei amici e tenni gli altri per me.

Oggi possiedo una caterva di libri malandati appartenuti ai miei nonni, nella quale gozzovigliano da mattina a sera orde di pesciolini d’argento – piccoli insetti amanti della colla utilizzata dai rilegatori.

Una serie di romanzi dell’ottocento e una di opere di Shakespeare edite dalla Tipografia Editrice Torinese acquistate negli anni quaranta, e rilegate artigianalmente presumo vrnti o trent’anni dopo, portano sul dorso le iniziali A.C. – sigla che, risalendo l’albero genealogico senza scartare di lato, segue il ramo maschile della mia famiglia da quattro generazioni.

Un’altra serie di libretti di letteratura moderna, invece, porta sul dorso le iniziali di mia nonna, E.P. – che poi quella sigla stia per Edizioni Paoline l’ho scoperto solo di recente, quando mia figlia ha deciso di utilizzare quei piccoli volumi per farne una torre nel corridoio.


“Io, in Russia e in Cina” è un’opera molto datata, il diario dell’ultimo viaggio compiuto da Malaparte nei paesi socialisti prima di morire (tra l’altro, proprio in Cina l’autore scoprirà la malattia ai polmoni che lo ucciderà in pochi mesi).

Ipotizzo che l’Io in copertina sia segnato in rosso per due motivi: per l’ego di Malaparte che straborda dalle pagine; per l’adesione (almeno spirituale) del giornalista e scrittore al comunismo dopo essere stato repubblicano, protofascista, antifascista, collaboratore degli alleati.

Malaparte era un grande affabulatore, un uomo che piegava il racconto delle sue vicende personali e di quelle dell’umanità varia che gli faceva da contorno alla tesi che voleva sostenere.

Inserisco qui tre passi molto godibili: uno nel quale, tornando al ricordo di un suo amore moscovita non corrisposto, affronta il problema dell’uomo Stalin dopo la condanna dello stalinismo da parte di Chruščёv; un altro nel quale afferma un certo europeismo sovietico; un altro nel quale descrive l’umanità delle carceri cinesi.


Solo ieri era il 25 aprile e, per l’ennesima volta da quando Togliatti decise di perdonarli, abbiamo dovuto affrontare il tema della divisività della Liberazione secondo i fascisti.

Non ne posso più, poi, di sentirli blaterare parole idiote sulle morti causate dal comunismo quasi fossero una giustificazione dei crimini compiuti dal fascismo.

Se è evidente e innegabile che il socialismo reale è stato un grandissimo fallimento e che la violenza è da condannare in ogni caso, i crimini non sono comparabili perché nel fascismo la violenza e la discriminazione sono elementi essenziali dell’idea – l’idea socialista, invece, prende mossa da un sogno di progresso e uguali opportunità per tutti gli esseri umani (e non per quelli nati per caso in questo lembo di terra).

E poi, se lo ha capito anche Berlusconi che il 25 aprile è una festa di tutti, per cortesia, fatela finita.

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Antonio Coletta
Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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