Pelandroni e tartassati

Questo tempo di pandemia ha reso evidente a molti l’indirizzo politico di questo Paese, ben riassumibile in una delle ultime dichiarazioni del sindaco di Milano Beppe Sala:

Il lavoro è l’elemento fondante della nostra società, è il nostro credo

Se è banale ed evidente che il lavoro ha una funzione sociale importantissima – così come pare scontato che dovrebbe essere garantito a tutti, per il contributo che dà allo sviluppo e al progresso della comunità e alla vita degli altri individui e per la capacità di creare reddito – l’unico credo di questa società dovrebbe essere il valore dell’uomo come complesso di capacità e interessi, come singolo e come parte della comunità umana.

Messa così pare solo fuffa – e magari, mi direte, lo è – però a me pare evidente che in questa pandemia i sacrifici siano stati richiesti a tutti, ma un po’ meno a industriali e grandi imprese (con le conseguenze evidenti di quanto accaduto a Bergamo e a Brescia).

È ovvio che nei momenti di picco della pandemia alcuni lavori hanno svolto una funzione essenziale per la nostra comunità – e altri, invece, sono stati individuati come essenziali dallo Stato nonostante la loro funzione fosse più che trascurabile in un momento di crisi.

Ciò non toglie, però, che a un certo punto di questa crisi ho avuto l’impressione che nel nostro Paese non fosse tanto importante la prevenzione del contagio attraverso il distanziamento sociale e le misure di sicurezza quanto piuttosto la garanzia dei livelli di produzione/vendita.

No al barbecue in giardino a distanza di sicurezza, sì alla catena di montaggio in fabbrica senza distanza di sicurezza.

Sì al produrre, no al godere: la certificazione della non essenzialità del tempo libero e della sua industria (qui compresa anche quella culturale) è arrivata durante un governo di centrosinistra e potrebbe essere un macigno che la nostra società si scrollerà di dosso con molta difficoltà [detesto l’immagine del macigno ma, in questo contesto, mi pare efficace] se ai piccoli imprenditori e ai lavoratori attivi nel settore resteranno solo le briciole.

Ci sarà un giorno la fine della pandemia per chiedere il conto a questo Paese e a questo Governo, il diritto a un lavoro sicuro, il diritto alla socialità, il diritto alla tutela del piacere e del tempo libero, il diritto a un reddito, il diritto al riposo; lavorare meno e lavorare tutti, legge patrimoniale e riforma fiscale, controlli veri dello Stato sulla sicurezza nel lavoro e sui conti delle imprese.

Mi rendo conto che parlo di battaglie che non sono poi certo di voler combattere, non in un Paese nel quale chi richiede diritti o vuole contribuire allo sviluppo di una società più equa mantenendo dignità e tempo libero passa per un pelandrone agli occhi della maggioranza della popolazione – e chi prende aiuti di Stato per garantire la consistenza del suo profitto, invece, per un tartassato che dobbiamo sostenere e aiutare.

Manca il coraggio e manca la coscienza comune della distanza ormai incolmabile tra i grandi detentori del capitale e tutti gli altri.

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Antonio Coletta
Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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