Pino Scaccia e Enzo Baldoni

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Se c’è una vicenda che, pure a distanza di molti anni, continua a scaldarmi il cuore ogni volta che la mente – per qualsivoglia motivo – vi volge l’attenzione, questa vicenda è quella del rapimento e dell’assassinio di Enzo Baldoni in Iraq.

Oggi – ammetto – ho dimenticato moltissimi dettagli di quella tragedia, ma ne ricordo perfettamente il senso di ingiustizia che mi scuoteva, la sensazione di una diffusa superficialità nel modo nel quale il nostro governo gestì l’intera vicenda – dall’assalto al convoglio della Croce Rossa fino al rientro del corpo in Italia – e quell’insopportabile sottinteso pensiero comune tra i più: Baldoni se l’era cercata.

Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato.

Enzo Baldoni

Ero al secondo anno di università, erano gli anni nei quali seguivo e scrivevo le mie prime cose su Splinder, una comunità per blogger che oggi non esiste più (come non esistono più i blogger, forse), animata in quel tempo – tra gli altri – da Baldoni stesso e dall’inviato di guerra della Rai Pino Scaccia, che non faceva mai mancare impegno civile e passione per il suo lavoro, e non perdeva mai un’occasione per ricordare l’amico e le vicende che ne precedettero e seguirono la morte.

Ripenso a quelle vicende, alla maledetta guerra in Iraq e all’era dei blog mentre leggo una brutta notizia: è mancato anche Pino Scaccia, dopo aver contratto il coronavirus, e me ne dispiaccio tanto.

Poi torno sul suo blog, dopo più di dieci anni.

Per noi che frequentavamo il territorio comanche (“tu non vedi i fucili, ma i fucili vedono te”) la normalità arrivava dopo tre giorni, il tempo necessario per spezzare l’altra normalità. Tutte le paure avvenivano in quei giorni perché non ti eri ancora abituato agli spari, ad avere un mitra in testa, o a una bomba al ristorante. Poi diventava “normale”, ti addormentavi con la colonna sonora delle granate, ti mettevi al riparo quando cominciavano a sparare. Ricordo che a Valona le bande si affrontavano sempre all’ora di pranzo e maledicevi l’interruzione forzata di un piatto di spaghetti. Succedeva anche al contrario, quando da quella normalità di guerra tornavi a casa. Quando ci spararono alle porte di Baghdad ricordo che per mesi a Roma mi prendeva un colpo quando vedevo un pick-up.

Pino Scaccia

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019). Lavora da freelance come autore, ufficio stampa e social media manager e offre servizi di ghostwriting, correzione di bozze, valutazione e revisione manoscritti.

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Antonio Coletta

Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019). Lavora da freelance come autore, ufficio stampa e social media manager e offre servizi di ghostwriting, correzione di bozze, valutazione e revisione manoscritti.

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