L’Avvocato del Popolo

Dopo la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che annunciava l’avvio della cosiddetta fase 2 dell’emergenza Coronavirus, il mio pessimismo cosmico mi ha suggerito immediatamente l’immagine di una nuova diffusione del contagio in tempi brevissimi e di nuove restrizioni della libertà, più stringenti delle precedenti.

Mi sono accorto, in seguito, che questa prefigurazione è balenata alla mente di un mucchio di gente più o meno ottimista e più o meno assennata che – come me – hanno forse percepito la pochezza del discorso dell’Avvocato del Popolo [di qui in poi: AdP], pieno di “fate i bravi”, sport e paternalismo.

Nessun accenno a una strategia complessiva per tenere sotto controllo, verificare e limitare i contagi; nessun piano di resistenza, difesa e ricostruzione in funzione di questa pandemia; nessun accenno a come conciliare la necessità di reddito e diritti con quella di sicurezza.

L’AdP aveva trovato, nel suo discorso, molto spazio per le modalità di allenamento degli atleti degli sport individuali in vista delle olimpiadi e poco per la scuola (le informazioni maggiori sono arrivate solo grazie alla domanda di un giornalista).

Così, mentre l’AdP si diceva preoccupato per la tutela della salute dei beniamini (sic!) di noi tutti appassionati di calcio, il Ministro dell’Istruzione indiceva un concorso pubblico per l’assunzione di nuovi insegnanti annunciando l’intenzione di farlo svolgere ad agosto – senza tener conto né della miriade di ricorsi già pronti, né delle esigenze dei candidati e di quelle degli studenti, né dell’emergenza e della sua più che probabile prosecuzione nel nuovo anno scolastico.

L’impressione prevalente è che non solo si navighi a vista ma anche senza obiettivi; senza una visione complessiva del problema, del Paese e del mondo; senza coraggio né fantasia (e non consola il fatto che l’opposizione schizofrenica a questo governo sarebbe in grado di fare peggio).

Pur continuando a non tener conto di quelli che in questo Paese lottano da sempre per la sopravvivenza, se centinaia di migliaia di persone di diversa occupazione, provenienza ed estrazione sociale sono al momento senza fonti di reddito e con un mucchio di spese da sostenere (e lo saranno, probabilmente, per mesi), forse ci sarebbe bisogno di una politica alla Robin Hood, di trovare nuove formule di redistribuzione del denaro e nuove modalità di impiego degli individui nel lavoro e nella società.

Se tantissimi operai e dipendenti quasi senza voce sono stati costretti a continuare a lavorare a tempo pieno, spesso senza dispositivi di protezione e anche per attività non essenziali alla collettività – mettendo a rischio, sotto ricatto occupazionale, la loro salute e quella dei membri delle loro famiglie -, forse sarebbe finalmente ora di ristabilire e rafforzare il perimetro dei diritti dei lavoratori.

Se la pandemia riguarda mezzo mondo, forse dovremmo provare a imporre una cooperazione fattiva tra gli Stati per il futuro di questo Pianeta (e magari immaginare come superarli).

Invece no, l’AdP è oggi espressione di un governo di centrosinistra senza sogni, come ieri lo era stato di un governo pazzoide di destra nera.

Potremmo forse definirlo meglio e tristemente come AdCP, Avvocato delle Cause Perse.

Malapartiana (una pandemia non è una guerra)

Qualche settimana fa l’attore Sergio Rubini ha pubblicato un tweet nel quale chiedeva a tutti quelli del parallelismo pandemia/guerra di leggere (o rileggere) “La pelle” di Curzio Malaparte per capire quanto il paragone fosse improprio.

In effetti, credo che sia sufficiente aver letto “La pelle” o “Napoli ’44“, o anche aver ascoltato gli episodi della vita dei nostri vecchi, per trovare quantomeno azzardato assimilare quel che noi sani stiamo vivendo in questi primi mesi del 2020 a quello che accade durante e dopo una guerra.

In primo luogo perché, almeno per adesso (pur vivendo tutti una limitazione notevole delle libertà personali e, molti, più o meno notevoli difficoltà economiche) e almeno in Italia è ancora garantita [per carità, anche grazie al volontariato e alla solidarietà di alcuni] una qualità minima della vita [certo, per chi già godeva di una vita qualitativamente decente].

In seconda battuta, perché stiamo vivendo una tragedia inaspettata ma del tutto naturale. La guerra, al contrario, è inaccettabile perché porta morte e distruzione sulla base di un artificio: l’appartenenza a un territorio, a uno stato, a una famiglia, a una religione. In una pandemia si muore per un virus; in una guerra per irragionevolezza delle posizioni, per indisponibilità nel rivedere le convenzioni.

D’accordo, non eravamo preparati a nulla del genere – e, tuttavia, per quanto sia inaccettabile dover morire, mi pare comunque più accettabile essere uccisi da una malattia che crepare in guerra per volontà di potenza di altri esseri umani.


Esaurita la pandemia, poi, non ripartiremo da un’Italia in macerie come quella del ’45. In molti si affrettano a scrivere le loro memorie su questo periodo straordinario, e tuttavia sono convinto che non resterà nulla d’interessante. L’esperienza del distanziamento sociale produrrà una memoria più o meno omogenea di non-fatti identici e noie comuni – per dirla alla francese, une grosse rupture de boules.

Mai come in questi giorni abitare da sani in qualsiasi punto del mondo occidentale porta la stessa identica noia: vivo in un appartamento ad Alatri (FR) la stessa esistenza che vivrei in un flat di Manhattan – e tuttavia, a fine pandemia, se uscendo di casa il mio alter ego americano potrà recarsi al Madison Square Garden per assistere a una parita della Nba, io invece potrò al più andarmene al bocciodromo di Bitta (nota località balneare) per assistere a uno scontro al vertice tra il signor Mario e il signor Terenzio.


La noia, dicevo: devo ammettere però che, nonostante il distanziamento sociale mi pesi ormai parecchio, non sono poi così sicuro di voler tornare alla vita che avevo prima. Anzi, sono terrorizzato dal ritorno alla vita precedente.

Di questo si dovrà parlare dopo la pandemia: delle occasioni prese e di quelle perse.

Se ricontratteremo la nostra posizione sociale, se riusciremo a riconoscerci come individui e non per la professione che svolgiamo e il capitale che abbiamo a disposizione, se l’umanità e non la finanza tornerà al centro del discorso, avremo vinto.

Se invece – come temo – torneremo alla vita frenetica e nervosa di prima con nuove e maggiori difficoltà economiche causate dal voler mantenere alti i livelli di ricchezza, potere e libertà di grandi industriali e banchieri, forse avremo perso per sempre.


Da quando ci sono i DPCM leggo in modo molto disordinato. Rubini mi ha rimandato a “La pelle” e questa mi ha rinviato a mio nonno morto giovane, dal quale ho ereditato il nome e un mucchio di libri di Malaparte.

Così ho ripreso uno tra quelli, “Io, in Russia e in Cina” – edito da Vallecchi, volume del quale è andata persa la copertina negli ultimi mesi – autografato dal nonno sul frontespizio.


Sette anni fa incaricammo un robivecchi di svuotare l’appartamento dei miei nonni. L’assalto durò un giorno e mezzo. Il capitano della spedizione aveva perso un occhio in una falegnameria, menomazione che dava un tocco romantico al lutto. Quando rientrammo in casa non c’era più nulla tranne un mobile giradischi, due poltroncine, una cassapanca, gli effetti personali che avevamo ritenuto necessario salvare, i quadri e i libri – che, in una famiglia medio-borghese istruita del novecento, erano parecchi. Regalai tre cartoni di romanzi di donne e d’amore alla nonna di alcuni miei amici e tenni gli altri per me.

Oggi possiedo una caterva di libri malandati appartenuti ai miei nonni, nella quale gozzovigliano da mattina a sera orde di pesciolini d’argento – piccoli insetti amanti della colla utilizzata dai rilegatori.

Una serie di romanzi dell’ottocento e una di opere di Shakespeare edite dalla Tipografia Editrice Torinese acquistate negli anni quaranta, e rilegate artigianalmente presumo vrnti o trent’anni dopo, portano sul dorso le iniziali A.C. – sigla che, risalendo l’albero genealogico senza scartare di lato, segue il ramo maschile della mia famiglia da quattro generazioni.

Un’altra serie di libretti di letteratura moderna, invece, porta sul dorso le iniziali di mia nonna, E.P. – che poi quella sigla stia per Edizioni Paoline l’ho scoperto solo di recente, quando mia figlia ha deciso di utilizzare quei piccoli volumi per farne una torre nel corridoio.


“Io, in Russia e in Cina” è un’opera molto datata, il diario dell’ultimo viaggio compiuto da Malaparte nei paesi socialisti prima di morire (tra l’altro, proprio in Cina l’autore scoprirà la malattia ai polmoni che lo ucciderà in pochi mesi).

Ipotizzo che l’Io in copertina sia segnato in rosso per due motivi: per l’ego di Malaparte che straborda dalle pagine; per l’adesione (almeno spirituale) del giornalista e scrittore al comunismo dopo essere stato repubblicano, protofascista, antifascista, collaboratore degli alleati.

Malaparte era un grande affabulatore, un uomo che piegava il racconto delle sue vicende personali e di quelle dell’umanità varia che gli faceva da contorno alla tesi che voleva sostenere.

Inserisco qui tre passi molto godibili: uno nel quale, tornando al ricordo di un suo amore moscovita non corrisposto, affronta il problema dell’uomo Stalin dopo la condanna dello stalinismo da parte di Chruščёv; un altro nel quale afferma un certo europeismo sovietico; un altro nel quale descrive l’umanità delle carceri cinesi.


Solo ieri era il 25 aprile e, per l’ennesima volta da quando Togliatti decise di perdonarli, abbiamo dovuto affrontare il tema della divisività della Liberazione secondo i fascisti.

Non ne posso più, poi, di sentirli blaterare parole idiote sulle morti causate dal comunismo quasi fossero una giustificazione dei crimini compiuti dal fascismo.

Se è evidente e innegabile che il socialismo reale è stato un grandissimo fallimento e che la violenza è da condannare in ogni caso, i crimini non sono comparabili perché nel fascismo la violenza e la discriminazione sono elementi essenziali dell’idea – l’idea socialista, invece, prende mossa da un sogno di progresso e uguali opportunità per tutti gli esseri umani (e non per quelli nati per caso in questo lembo di terra).

E poi, se lo ha capito anche Berlusconi che il 25 aprile è una festa di tutti, per cortesia, fatela finita.

Il brutto addormentato nel bosco

C’erano una volta, in un regno molto lontano, una coppia di sovrani senza eredi.

I due erano ormai rassegnati all’idea che la monarchia sarebbe terminata con la loro morte quando la regina consorte iniziò a mostrare i primi segni di una gravidanza.

Nacque poi un bambino al quale fu dato il nome di Tonino – in onore del nonno, re Tonino IV di Brum-Kazum.

I genitori in giubilo diedero una grande festa alla quale invitarono tutto il regno e tutte le fate tranne l’unica malvagia.

Le fate portarono in dono parecchie virtù al principe Tonino: l’abilità nel bricolage, l’imbattibilità nel tennis da tavolo, la sensualità nel ballare la salsa, il senso per la battuta di Pippo Franco, l’umiltà di Roberto Fico e l’intelligenza di Massimo Cacciari.

Restava solamente un dono fatato da scartare, quello della bellezza di Raz Degan, quando irruppe nella sala la fata malvagia, irritata per non essere stata invitata alla festa.

La fata malvagia lanciò allora un sortilegio sul neonato Tonino, predicendo che, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, si sarebbe punto con un arcolaio e sarebbe morto.

La fata che avrebbe dovuto donare al principe Tonino la bellezza di Raz Degan, decise allora di fargli un altro regalo: “non morirai ma ti addormenterai fino al primo bacio d’amore di una bella principessa”.

La regina la ringraziò: “ora sì che siamo tranquilli!”

Il principe Tonino crebbe con indubbie qualità artistiche e morali ma senza bellezza. Quando poi, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, si punse con l’arcolaio e si addormentò, fu chiamata una bella principessa a salvarlo.

VUOI CHE LA BELLA PRINCIPESSA BADI SOLO ALL’ASPETTO FISICO?

VUOI CHE LA BELLA PRINCIPESSA ABBIA COME UNICO INTERESSE LA POSSIBILITÀ DI DIVENTARE REGINA?

Roberti Baggi

C’era una volta, in un regno molto lontano, un goal impossibile da mettere a segno.

L’occasione era nata durante lo scontro tra la terza e la settima classificata del campionato, quando l’attaccante della squadra settima classificata si trovò a poter tirare in porta da una posizione talmente improbabile che persino i cronisti non trovarono le parole per raccontarla.

Il re, tifoso della squadra settima classificata, convinto che il centravanti della sua squadra avrebbe ciccato il tiro, diede immediato ordine di fermare la partita così che subito il pallone si arrestasse a mezz’aria e i giocatori rimanessero immobili nelle loro posizioni.

“C’è qualcuno in questo stadio capace di segnare questa rete impossibile?” domandò il re, senza ottenere risposta.

Passarono molte ore e il gioco non riprese, infine si fece notte e tutti andarono a casa. Il giorno seguente scoppiò la guerra, il campionato di calcio fu sospeso e il goal impossibile da mettere a segno fu dimenticato.

Poi tornarono la pace e il campionato di calcio, e il gran ciambellano ricordò al re che in uno stadio del Paese c’erano un pallone arrestato a mezz’aria, ventidue calciatori fermi nelle loro posizioni e un goal impossibile da mettere a segno.

Il re pensò che la realizzazione di quella rete impossibile da mettere a segno sarebbe stata di buon auspicio per la ripresa del Paese.

“E tuttavia nessuno sarebbe in grado di realizzare quella marcatura”, disse il gran ciambellano.

“Tranne Roberto Baggio”, disse il re ammiccando al suo braccio destro.

Il gran ciambellano sguinzagliò allora gli agenti segreti del regno a caccia di Roberto Baggio e gliene portarono sette: il più giovane aveva nove anni e il più vecchio ottantacinque.

Quello giusto ne aveva invece cinquantatré, ma il re osservandolo lo ritenne troppo vecchio per giocare al calcio.

Il sovrano decise di affidare le sorti della sua squadra al Roberto Baggio trentaduenne, un elettricista di Montecompatri che non aveva mai giocato al calcio da professionista.

“Prenditi tutto il tempo che vuoi” disse al suo beniamino “quando sarai pronto per tirare farò riprendere il gioco”.

Roberto Baggio di Montecompatri fissò la palla per trenta minuti, poi guardò il re e gli diede l’ok.

Il sovrano diede l’ordine e il pallone cominciò a scendere da mezz’aria, il nuovo centravanti della squadra settima classificata lo mancò, tentò uno stop a seguire ma fallì anche quello, la squadra terza classificata (che nel frattempo aveva approfittato del fermo del gioco per ingaggiare il Roberto Baggio cinquantatreenne) recuperò il pallone e lanciò in contropiede proprio l’ex pallone d’oro, il quale segnò un goal che a chiunque era sembrato impossibile da mettere a segno.

“Peccato”, sbottò il re mentre la squadra per la quale faceva il tifo sprofondava verso la zona retrocessione.

Dopo la pandemia (non ci sarà) il socialismo

Ho letto che, mentre il Consiglio Superiore della Sanità vorrebbe utilizzare i test sierologici per motivi di ricerca e verificare la diffusione del coronavirus in Italia, dall’altro lato governatori di regioni e imprenditori sarebbero in sollucchero all’idea della possibilità di ripartire utilizzando questi test per concedere la cosiddetta patente d’immunità – eventualità osteggiata sia dal Ministro della Salute sia dall’OMS, che ritengono questi strumenti ancora inaffidabili. Di più, alcune regioni e alcune imprese avrebbero già affidato a privati gli screening dei loro cittadini e dipendenti, con il risultato che – al solito – in questo Paese non si capisce un pene di quel che sta accadendo.

A me pare evidente che le scelte politiche in tema di gestione dell’emergenza sanitaria debbano essere uniformi – non a livello regionale, neppure nazionale, ma internazionale – e basate su quelle che sono le indicazioni date dalla scienza. Di più, la politica dovrebbe cominciare a immaginare la società che verrà dopo la pandemia e che, con ogni probabilità, non sarà più quella ultraliberista occidentale degli ultimi trent’anni.

Probabilmente sbaglio – perché mi pare che non sia un’idea maggioritaria – ma in questa crisi mondiale potrebbero crollare le categorie con le quali siamo abituati a pensare: confini e valori e rapporti istituzionali ed economici sono elementi che non esistono in natura ma convenzioni tra esseri umani che – ovviamente – possono essere ridiscusse.

Dopo questa pandemia non ci sarà il socialismo. Per salvarci da una vita più violenta e balorda (e per garantire la sopravvivenza della democrazia e resistere a pulsioni fasciste) penso che i governi occidentali dovranno però adottare in modo uniforme provvedimenti che permettano nuove forme di organizzazione delle imprese e del lavoro, nuove modalità di redistribuzione del reddito, nuovi diritti di dignità.

Se poi questa crisi sanitaria durasse ancora per mesi, dovremo inevitabilmente abituarci all’idea di assumerci dei rischi – minimizzandoli secondo quanto ci indicherà la scienza – per recuperare quote di libertà, uscire da questo clima da stato di polizia, smettere di sopravvivere, ricominciare a vivere.

Favola di Pasqua

Durante un volo di ricognizione nel febbraio del 1789, a pochi mesi dalla presa della Bastiglia, Babbo Pasquale ebbe un guasto alla sua slitta al largo della Patagonia, precipitò in acqua perdendo conoscenza e restò in balia dell’oceano per quattro giorni finché la corrente non lo spinse sulla riva di un’isola mai visitata da alcun essere umano.

Quando Babbo Natale venne a conoscenza del fatto decise di non soccorrerlo, e così Babbo Pasquale, ancora oggi, passa le giornate pescando e attendendo che suo fratello passi di lì per riportarlo a casa sua, in Antartide: sogna di rivederlo, di abbracciarlo, di offrirgli una bella cioccolata calda, di rivangare insieme qualche ricordo dell’infanzia e sorridere ancora – e invece no, il paffutone vestito di rosso gode della sua popolarità incontrastata, se ne frega dei buoni sentimenti e della famiglia.

I bambini della Pasqua del 1789 subirono una grande delusione quando non ricevettero le uova di cioccolato per il giorno festa, così nell’anno successivo furono buonissimi sperando che Babbo Pasquale li perdonasse.

Quando si svegliarono nella mattina della Pasqua del 1790 e non trovarono alcun uovo di cioccolato al fianco del letto, i bambini capirono che Babbo Pasquale non sarebbe tornato mai più e così, fino alla Pasqua del 1791, furono i più scalmanati che la storia ricordi.

Furono festività pasquali tristi fino al 1798, anno nel quale il ciccione barbuto vestito di rosso organizzò una gran festa al Polo Nord alla quale invitò tutti i più importanti pasticcieri del mondo invitandoli a produrre e commerciare loro stessi le uova precedentemente prodotte da Babbo Pasquale, così che tutti lo dimenticassero per sempre.

“Se Babbo Pasquale non fosse stato vittima di un complotto”, ricordò poi il professor Burioni, “molti genitori avrebbero potuto evitare di uscire di casa per acquistare le uova durante la pandemia del 2020, riducendo il rischio di contagi e permettendo loro di evitare una spesa inutile in vista del collasso economico imminente”.

E vissero tutti felici e contenti.

L’ipocondria prima di Google

Ricordo di essere andato una volta al British Museum perché avvertivo alcuni lievi sintomi – febbre da fieno, se non sbaglio – e volevo trovarvi una cura. Tirai giù il libro e, letto tutto quanto c’era da leggere a riguardo, finii, senza rendermene conto, a sfogliare le pagine e a studiare laconicamente le malattie in generale. Non ricordo quale fu il primo morbo nel quale mi persi – qualcosa di devastante, un flagello spaventoso, ne sono sicuro – ma rammento che fui già certo di esserne affetto ancor prima di aver dato un’occhiata alla sola metà dei “sintomi premonitori”.

Restai seduto, pietrificato per lo spavento; poi, annichilito dalla disperazione, ripresi a sfogliare le pagine fino al tifo e, letti i sintomi, scoprii di averlo – dovevo averlo contratto senz’altro da mesi – e chissà quale altra malattia ancora poteva affliggermi! Arrivai a leggere del ballo di San Vito e scoprii, guarda tu, di avere anche quello.

Caso interessante, il mio. Determinato ad andare a fondo in questa faccenda, iniziai ad affrontare le patologie in ordine alfabetico. Febbre malarica: mi stavo ammalando, la fase acuta avrebbe avuto inizio in due settimane. Morbo di Bright: mi sentii sollevato nello scoprire di averne una forma più lieve, con la quale avrei potuto convivere ancora tanti anni. Colera: lo avevo, con diverse gravi complicazioni. Difterite: dalla nascita. E così via per ventisei lettere, scoprendo alla fine che l’unica malattia ad avermi risparmiato era il ginocchio della lavandaia.

La cosa all’inizio mi ferì un po’, sembrava quasi volermi sminuire. Perché non avevo il ginocchio della lavandaia? Perché questa eccezione invidiosa?

Infine prevalsero sentimenti meno duri: in fondo avevo ogni altra patologia nota alla scienza – bando all’egoismo, potevo benissimo fare a meno del ginocchio della lavandaia! La gotta era già nella sua fase più acuta e mi aveva preso senza che me ne accorgessi. Per non parlare della zimosi, poi: ne avevo sofferto fin da ragazzo!

Non c’erano altre malattie dopo la zimosi. Sì, non avevo altro.

[brano tratto da Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) di Jerome K. Jerome, 1889. Mia versione in italiano]

Sull’ansia da coronavirus (da Cortàzar a Burioni)

In un appartamento buio di Parigi in una mezzanotte piovosa alla fine degli anni cinquanta, una donna e un suo spasimante ascoltano musica mentre il piccolo figlio della prima dorme febbricitante in un angolo. L’ascolto della musica é interrotto dalle proteste del vecchio del piano di sopra infastidito dal rumore e dall’arrivo dell’amante della donna, zuppo da capo a piè per il temporale in corso. Nel frattempo il bambino muore e la casa si riempie di amici – una coppia venuta a portare la notizia del tentato suicidio di uno del club, un altro che annuncia che l’aspirante suicida è salvo e ancora vivo. La tragedia sembra essere fuori ma è avvenuta lì, in quell’appartamento di Parigi, e la conoscono man mano tutti i presenti men che la madre del bambino ormai assente. Restano tutti lì a conversare tacendo quel che è accaduto a pochi metri da loro, preparando in qualche modo la madre a quel che è già avvenuto, rimandando il più possibile lo strazio della donna nella scoperta del corpicino senza vita.

È, in sommissimi capi, il riassunto del capitolo 28 di “Rayuela” di Julio Cortazar, teso e avvolgente come poche cose ho letto in vita mia.

La connessione è forse labile, ma l’ho ricordato ieri, mentre un’irrazionale ansia per la sindrome influenzale da coronavirus, o meglio per la morte in quanto fatto incontrollabile della vita, invadeva tutti i nostri spazi e pensieri attraverso i titoli urlati dei notiziari e le ricostruzioni senza fondamento dei nostri amici virtuali.

“Il panico ci uccide ancora in vita”, penso mentre faccio a cazzotti con la mia irrazionalità: noi occidentali dell’ultimo mezzo secolo, per la maggior parte, siamo stati abituati a non pensare alla morte o a pensarla come un fatto lontano o, comunque, di domani, e di virus e medicina – per quanto mi sforzi – non capisco nulla.

Ora che l’ansia della nostra incertezza e ignoranza ci fa trovare tutti nudi possiamo affidarci solo alla scienza e alle sue indicazioni e continuare a vivere come se sempre ci fosse un domani, ignorando il chiacchiericcio popolare, i caratteri giganti e gli odori della paura fatta di niente, che girano nell’aria e ci avvolgono, per rimandare l’angoscia e la fine sempre almeno un’ora più in là.

Nel frattempo, per precauzione, ho incollato una calamita con il volto di Burioni sul cruscotto della mia automobile che mi ricorda di lavarmi le mani molto spesso e non frequentare luoghi affollati.