La claque

In una sera di metà pandemia io e mia moglie ce ne stavamo affacciati nella corte del nostro condominio, sul balcone a goderci i rebus della Settimana Enigmistica. Poi, d’improvviso, un fastidioso tafano cominciò a ronzarci attorno. Provai a scacciarlo con le buone, poi a schiacciarlo tra le mie mani con le cattive. Al quinto clap feci plop, il tafano giacque spiaccicato nel palmo della mia mano. In pochissimi attimi tutti i condomini si affacciarono nella corte del palazzo e iniziarono a battere le mani come ossessi. Un’invasione di tafani? Eravamo spacciati. Alcuni condomini piangevano emozionati, altri urlavano “viva i nostri eroi” e noi, orgogliosi, alzavamo la mano per salutarli. La vicina, spellandosi le mani, mi ringraziò di cuore. Le mostrai il tafano spiaccicato – “per così poco”, dissi. “Grazie davvero”, ripeté, aggiungendo poi “grazie per aver voluto ricordare con un applauso il lavoro di tutti quei medici e quegli infermieri che in questi giorni stanno rischiando la vita per noi”.

Mio padre, invece, non aveva mai ricevuto degli applausi in vita e aveva voluto garantirseli da morto: lo biasimereste? Aveva lasciato nel testamento qualche soldo per ingaggiare una claque che lo applaudisse al termine del suo funerale. Io ero contrario a sprecare dei soldi in quel modo – ché poi ho sempre qualche debito da onorare – ma mio fratello non volle sentire ragioni. Le volontà del papà dovevano essere rispettate: ci rivolgemmo a un’agenzia specializzata, la stessa che seleziona il pubblico dei programmi di Formigli e che rifornisce le compagnie aeree low-cost di applausi liberatori all’atterraggio dei velivoli. La bara fu accompagnata fuori dalla chiesa da un applauso caldo, professionale ma non distaccato. Sono certo che gli sarebbe piaciuto.

A ottant’anni suonati il mio papà si era arruolato tra gli assistenti civici ed era stato assegnato al servizio marittimo nel litorale di Baia Domizia. Per tutta l’estate aveva inseguito a bordo del suo pattino i bagnanti raccomandando loro il distanziamento sociale, poi in una domenica di settembre una bella modella svedese di vent’anni rischiò di affogare nel tratto di costa da lui sorvegliato. Un bagnino si lanciò in mare per salvare la bella modella svedese di vent’anni, mio padre si avvicinò con il pattino ai due e raccomandò di mantenere il distanziamento sociale anche durante il salvataggio. “La Svezia ha il tasso di mortalità più alto d’Europa, ci vuole prudenza”, disse mio padre al bagnino. Stettero un po’ a confabulare sulla questione, poi il tempo strinse. La bella modella svedese di vent’anni sarebbe colata a picco se mio padre non avesse deciso di sacrificarsi e mettere a rischio la sua salute per salvare la ragazza dall’annegamento e il bagnino dal Covid19. “Un vero eroe, mi ha salvato la vita”, mi ha raccontato commosso il bagnino mentre il feretro lasciava la chiesa, “ha tirato fuori dall’acqua la bella modella svedese di vent’anni e le ha praticato la respirazione bocca a bocca finché quella non ha ripreso i sensi”. Subito dopo il mio papà ha avuto un infarto. È morto da eroe, sembrava felice.

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Antonio Coletta
Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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