Nel giugno del 1857 Carlo Pisacane sbarca nel Cilento per dare il via al suo risorgimento sociale, convinto di trascinare gli ultimi all’insurrezione, e invece i pescatori e i pastori di Sapri sembrano ben poco interessati.
Arriva poi a Torraca, borgo impegnato nei festeggiamenti del patrono locale. Pisacane ha così modo di leggere alla folla il proclama per la rivoluzione italiana contro la tirannia borbonica di Ferdinando II. Sbigottito di fronte all’indifferenza degli astanti, esclama deluso: «Voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra!».
Di paese in paese aumenta lo scoramento, fino alla sconfitta di Sanza, dove il piccolo gruppo di rivoluzionari sarà attaccato con armi improvvisate dalla stessa popolazione del borgo che, aizzata dai filoborbonici, li prende per briganti. Di Pisacane si narra un suicidio in stile romantico, non supportato da alcuna fonte documentaria. Molti, invece, furono gli abitanti di Sanza che rivendicarono personalmente l’uccisione del “leader della rivoluzione”.
Il risorgimento, lo sappiamo, sarà fatto in altro modo: non con una rivoluzione sociale ma con una nuova monarchia.
L’impianto di quella storia un po’ dimenticata, però, sembra ripetersi senza tempo, «come se la causa non fosse la nostra».