Il mio papà mi ha segnalato una riflessione di Sergio Labate su Domani, nella quale si ipotizza che «[…] ciò a cui stiamo assistendo è per il capitalismo globalizzato ciò che è stato per il comunismo il 1989. Solo che stavolta non siamo gli spettatori del naufragio, ma siamo i passeggeri della nave che affonda» e che, al contrario di quanto avvenuto per gli ex compagni del blocco sovietico che sposarono d’emblée il modello occidentale, noi «non abbiamo più nessun progetto, nessuna speranza, nessuna destinazione».
Il mio amico B., invece, in una conversazione a margine dei fatti legati all’ultima manifestazione di Torino per l’Askatsuna, rimprovera giustamente che chi tra noi ha gli strumenti economici e intellettuali deve agire in favore di chi non li ha. È così va dritto al punto: davvero non abbiamo le risorse per contribuire direttamente, in qualche modo, alla costruzione di una società migliore? Come posso contribuire meglio al benessere di mia figlia, garantendo a lei un presente di opportunità o provando a costruire un futuro possibile? Meglio sopravvivere adesso per vivere domani? E cos’è davvero «sopravvivere», e qual è il nostro termine di paragone? L’esistenza vissuta dai nostri vecchi? E le giornate, dureranno mai 48 ore?
Mi piacerebbe essere un bambino, adesso, per non dovermi porre domande. Mi piacerebbe rifugiarmi in qualcosa di creativo, ma non ho più fantasia.