Del giorno in cui ho compiuto dieci anni non ricordo quasi nulla. Non ricordo se ero felice, se ero infelice, se ero medio, né come né perché.
Ricordo solo che un mio amico, che quel passo lo aveva fatto quasi tre anni prima di me, mi fece notare che ero «arrivato alla doppia cifra». Non sarei mai più stato uno di quelli a una cifra sola. Era davvero come aveva detto lui e io, che avevo fretta di diventare grande tra i grandi, ce l’avevo fatta a diventare uno di loro. Mi impettii e avvertii un vago senso di orgoglio.
Le storie degli esseri umani si ripetono spesso così simili tra loro: una bambina che conosco bene, per esempio, sembra ieri che aveva nove anni e l’altroieri che ne aveva zero, e oggi è invece già in doppia cifra. E credo che stia avvertendo anche lei un vago senso di orgoglio per esserci riuscita. E pure io per avercela accompagnata.
Chissà se un giorno ricorderà questo suo compleanno, se era felice, come o perché. Spero di sì.
E chissà se un giorno gli scienziati scopriranno perché si diventa grandi, perché noi viventi cresciamo tutti, di continuo, con questa indicibile rapidità – e, magari, come rallentare un po’, perché tutta questa fretta di crescere non ce l’ho mica più.