Il mio avo Filippo era stato ciclista professionista nel Regno di Sicilia alla fine del Settecento. Non ebbe vita facile: a quel tempo nessuno aveva mai sentito parlare di sport professionistico né di biciclette. A Rocca d’Evandro, dove abitava, lo trattavano da lavativo. «Filippo, devi trovarti un lavoro vero», gli dicevano in famiglia; ma lui niente, passava le giornate a depilarsi le gambe e ad attendere che lo contattasse la Banesto. «Filippo, ti andrebbe per caso di aiutarci nei campi?», gli chiedevano la moglie e la figlia; ma lui niente, «uno scalatore scala, non zappa». Aveva ormai sessant’anni quando a Rocca d’Evandro giunse dalla Germania la notizia dell’invenzione del velocipede. Prese moglie e figlia e si mise in viaggio, «finalmente vedrete di cosa sono capace!», arrivò nel Baden-Württemberg, montò sul velocipede, urlò «Mortirolo arrivo!», perse l’equilibrio, cadde a terra, sbatté il capo e perì. «Ah, se solo avesse indossato il caschetto!» disse la moglie alla figlia tornando a casa senza marito.