Non so cosa mi sia passato per la testa quella sera a cena, quando ho detto ai miei figli «sentite un po’ questa: lo sapevate che le mandorle amare contengono cianuro? Cinquanta mandorle amare, è quella la dose letale». Mio figlio Riccardino, come sempre, non ha fiatato. Parla poco, cinquantadue anni è un’età complicata, gli ormoni e tutto il resto: occhi nel piatto, ha ascoltato e memorizzato. L’infermiere mi aveva appena cambiato il catetere quando è squillato il telefonino. Riccardino mi fa «papà, aiutami, ho fatto una cazzata: stavo mangiando mandorle amare e poi mi sono distratto e ho perso il conto. Ne avrò mangiate quarantasette? Quarantotto? Quarantanove?». «Riccardino, stai tranquillo, non succederà nulla. Fermati lì e non mangiarne più. L’importante è non mangiarne cinquanta, è quella la dose letale!». Silenzio. «Papà, perdonami, devo dirti la verità, ho smesso di contare perché volevo farla finita». «È tutta colpa mia, non dovevo raccontarti quella storia delle mandorle amare». «Ti voglio bene papà». «Anche io Riccardino». Poi il tizio della mensa della RSA mi ha passato la cena e gli ho chiesto «avete mica cinquanta mandorle amare?».