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Le macerie riconosciute. Note su “Emanuele nella battaglia” di Daniele Vicari

Quando i miei nonni paterni si trasferirono ad Alatri, all’inizio degli anni cinquanta, presero casa a Piazza Regina Margherita, un appartamento nella stessa palazzina che due anni fa ospitava nel suo seminterrato il Mirò, il circolo riadattato maldestramente a discoteca che è stato teatro dell’assassinio di Emanuele Morganti per mano di un gruppo di balordi.

Un piccolo fatto di famiglia che mi è venuto alla mente mentre leggevo “Emanuele nella battaglia”, il libro scritto dal regista Daniele Vicari per i Supercoralli di Einaudi, a volte romanzo, a tratti diario intimo ma, soprattutto, un reportage dalla città nella quale sono nato e cresciuto e un tentativo di complicata ricostruzione degli eventi e degli ambienti che hanno portato all’omicidio di un ragazzo giovanissimo ad appena duecento metri da casa mia.

Mi sono chiesto cosa avessero pensato i miei nonni di questa cittadina arroccata tra le montagne e perché fosse piaciuta loro così tanto da stabilirvisi per tutta la vita – io, al contrario, l’ho sempre detestata e fuggita. Immagino che accadde perché, raccontano, in quegli anni Alatri era un paese ricco in una provincia in forte sviluppo economico e industriale, con un liceo che portava in città ragazzi da tutto il centro-sud e la loro vivacità culturale. O più probabilmente solo perché, a paragone di Castelforte e Roccamonfina, Alatri sembrava loro una vera città.

Altro piccolo fatto familiare: mi è stato raccontato che i miei genitori si fidanzarono durante una festa di compleanno in casa di M., che abitava – e abita tuttora – proprio in Piazza Regina Margherita. Entrambi i miei genitori – entrambe le loro famiglie – hanno vissuto altrove e ad Alatri, e hanno raccontato e dipinto per anni una città che, durante la mia adolescenza, non esisteva già più.

Tuttavia anche i loro ricordi, a ben pensarci, non possono essere altro che argomenti di poco conto: anche mio nonno materno, per esempio, parlava con trasporto contagioso di qualsiasi fatto riguardasse la sua giovinezza da militare in guerra sul fronte africano e anch’io, oggi, mi ritrovo a raccontare a mia figlia episodi e ambientazioni della mia infanzia che possono sembrarle magici – omettendo, ovviamente, gli abbracci mancati, i miei diciott’anni, i sorrisi lasciati a metà.

L’omicidio Morganti è stato, per la stragrande maggioranza dei coetanei dei miei genitori, un fatto inaspettato e scioccante. Quella che è emersa in quei giorni e che emerge oggi dal racconto di Vicari è la città nella quale i loro figli vivono o hanno vissuto e, capiscono, è una città che non conoscono né riconoscono (o forse non hanno voluto conoscere e riconoscere): è un sentimento che ho colto nella voce di T., il consigliere comunale al quale mi lega un profondo affetto e che – nei giorni successivi al delitto – ha parlato al Tg5 con la voce rotta dal dolore.

Subito dopo l’omicidio Morganti scrissi un lungo post su Facebook e Medium nel quale parlavo di riconoscere le macerie per ricostruire, dove riconoscere le macerie voleva dire fornire un racconto onesto di questa città.

Un racconto che, nel mio programma di ricostruzione, doveva partire dagli abitanti di questa città e che invece è arrivato due anni dopo in un libro elegante, in brossura, attraverso Daniele Vicari, il regista di Diaz, cresciuto a Collegiove – in provincia di Rieti – e spinto ad Alatri da una prossimità amicale con Emanuele Morganti e suo padre.

Vicari racconta la città e la provincia col piglio dello scrittore che per l’occasione si fa reporter (e, pur essendo un uomo che per mestiere racconta storie, sorprende che non sia né l’uno né l’altro); raccoglie le voci del paese e le testimonianze dei presenti (che raramente collimano tra loro), le storie criminali della malavita locale e quelle delle piccole tragiche macchiette (o uomini di rispetto, come alcuni tra loro si autodefiniscono) che le gravitano attorno, caricature dei personaggi protagonisti dei mondi raccontati da De Cataldo in “Romanzo Criminale” o da Saviano in “Gomorra” gonfi di parole vuote come rispetto, onore e giustizia della strada, pacchiani ma anche spregiudicati, violenti e – per questo – pericolosi.

E come quintessenza della Sicilia Mafiosa di padri e padrini, qui c’erano e ci sono ancora uomini intorno ai quali si è sedimentato un potere fatto di piccoli traffici, piccole meschinità e anche piccoli soprusi, ma, percarità, tutte cose a favore dei paesani, che però, si sa, possono fare danni immensi se fuoriescono anche di un niente da quella piccolezza. Non ci sono organizzazioni criminali in grado di controllare o dominare il territorio, di manovrare grandi appalti, ma piccoli delinquenti molto noti, e anche temuti.

Daniele Vicari – Emanuele nella battaglia (Einaudi)

Ma i grandi protagonisti del racconto di Vicari sono il dolore e l’amore delle donne della famiglia di Emanuele: la nonna, la mamma e la sorella di Emanuele Morganti.

Il dolore composto e straziante della signora Lucia, la madre di Emanuele che – racconta Vicari – si è sentita chiamare pazza troppe volte nella sua vita e che non teme di descrivere per quello che è il contesto sociale nel quale suo figlio è vissuto ed è morto, invade qualunque riflessione successiva alla lettura ed è l’unico mezzo attraverso il quale dare una prospettiva a questa storia e a questa terra.

C’è un episodio, in particolare, che mi ha colpito parecchio. Durante il processo la signora Lucia porta con sé una rosa bianca con un fiocco rosso. Quella rosa è suo figlio, racconta a Vicari, che è poi testimone di un gesto istintivo della donna, quasi sovrumano, quando nell’aula di tribunale irrompe la madre urlante e disperata di uno dei ragazzi accusati dell’omicidio di suo figlio. La signora Lucia offre la rosa bianca all’altra mamma, le porge il corpo di suo figlio, le mostra il suo dolore e accoglie quello dell’altra donna.

Se quello di Vicari fosse un romanzo d’invenzione e se ci fosse spazio per l’interpretazione dei gesti dei personaggi nella volontà dell’autore, quel momento di incommensurabile commozione e dolcezza potrebbe rappresentare un punto di ripartenza per un’intera comunità: riconoscere le macerie vuol dire anche che quei ragazzi, l’assassino e la vittima, potevano essere i figli di chiunque in questa parte di mondo nella quale il degrado sociale e culturale viene subito e assorbito passivamente e l’unico modo per sfuggirvi è fare leva sulle proprie attitudini ed inclinazioni – e, infine, andar via.

Qualcuno la chiama in modo generico “provincia” ma, in alcune zone del Paese, quel mondo può diventare una sorta di aldilà

Daniele Vicari – Emanuele nella battaglia (Einaudi)

I grandi assenti, nella città di Alatri raccontata da Vicari, sono le autorità pubbliche – rappresentate dal carabiniere che poche ore dopo la mattanza si rivolge con un “ciao bello” a uno degli aggressori e dal sindaco che tenta goffamente di difendere l’onore della propria brava gente con una lettera agli organi di stampa degna di un film con Totò e Peppino – e quella che un tempo avremmo definito borghesia, classe dirigente e che, oggi, viene chiamata società civile.

Noi della società civile locale ci riunimmo diverse volte nei mesi successivi all’omicidio e poi tornammo alle nostre vite. In quelle riunioni e nei gruppi whatsapp molti dei miei concittadini parlavano di due presunte comunità in guerra tra loro, quella di appartenenza degli assassini (Alatri centro storico) e quella di appartenenza della vittima (Tecchiena) e ho finito per scontrarmi con molti sul tema.

Credo che pensare che una città di trentamila abitanti possa dividersi in due o più comunità sia una follia e un limite a qualsiasi possibilità di sviluppo economico e culturale. Ma la mia è una posizione assolutamente minoritaria: i miei concittadini – con ogni probabilità, per tradizione contadina – sono più legati al loro piccolo appezzamento di terra, alle tradizioni e ai nomi che alla possibilità di una vita di qualità più alta.

Questo mondo piccolo piccolo lo racconta bene Daniele Vicari, riportando quello che gli viene raccontato. Tecchiena viene rappresentata non come una popolosa frazione di campagna ma come un vero e proprio paese, al quale a un certo punto viene attribuito anche il possesso del campo di internamento delle Fraschette (roba che, seguendo il ragionamento, dovrebbe far accapponare la pelle ai componenti della piccola comunità delle Fraschette ).

Per quel che mi riguarda, le comunità non sono fatte dai luoghi ma dalle persone, dalle affinità, dalla collaborazione e dalla solidarietà tra tutte loro e dalla loro capacità di attrazione: negli ultimi vent’anni ha prevalso la comunità delinquenziale che parla di violenza e sopraffazione ed è quella comunità che ha ucciso Emanuele Morganti.

Ma qui sbaglio, portato dal rancore e dal disagio di vivere in una comunità nella quale mi sono sentito e continuo a sentirmi troppo spesso estraneo. Non si può attribuire la responsabilità sociale di una morte cruenta a una città. È solo un altro tentativo di lettura di un fatto di sangue e violenza, per dare una giustificazione a quello che tutti sappiamo inesplicabile.

Ha ragione Daniele Vicari: qualsiasi sia la verità sulle motivazioni che hanno spinto quei balordi ad aggredire e uccidere Emanuele Morganti, di quella notte in Piazza Regina Margherita ad Alatri resterà solo il corpo a terra di un ragazzo di vent’anni e il dolore per non aver saputo evitare quella morte.

Ecco, so che l’unica cosa che in questa storia separa la realtà dalle infinite finzioni che la circondano è solo il momento della caduta di Emanuele e poi quello della morte.

Daniele Vicari – Emanuele nella battaglia (Einaudi)

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