Javier Zanetti tra Rosa Parks, Emiliano Bigica e Mario Monti

Rivoluzionario come Rosa Parks

 

gty_rosa_parks_mug_kb_ss_130203_sshViviamo in un periodo di tale grave crisi di valori che la classe dirigente sente spesso la necessità di esaltare comportamenti che dovrebbero rappresentare la normalità.

Qualche anno fa, ad esempio, un giornalista come Luca Telese ha elogiato Totò Cuffaro per aver accettato la propria condanna ed essersi costituito alle forze dell’ordine: “Io credo che proprio nel momento in cui scatta la pena, e l’accettazione della pena, sia necessario riconoscere che questo atteggiamento porta Cuffaro dieci spanne sopra quei politici che, accusati di reati apparentemente meno infamanti, contestano le istituzioni, accusano la magistratura di eversione, mettono in campo ogni mezzo pur di sottrarsi alla legge”.

Nel 2012 il Governo ha encomiato solennemente un dipendente statale, il comandante della Capitaneria di Porto di Livorno De Falco, per aver svolto niente più che il suo lavoro durante l’inabissamento della Costa Concordia.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi abbia trovato il tempo per sottolineare la straordinarietà di un calciatore ordinario come il capitano dell’Inter, Javier Zanetti (“Non sono interista, non lo conosco personalmente. Posso dire però che Zanetti è stato uno straordinario testimonial di calcio vero?”)

Di fatto in questa parte di mondo vivere rispettando la società e le sue regole, svolgere il proprio lavoro in modo serio, con passione ed impegno sono gesti che rompono con le convenzioni sociali: quando Javier Zanetti dopo un posticipo decide di andarsene a letto e non in discoteca con gli altri calciatori compie un piccolo silenzioso atto rivoluzionario, un po’ come Rosa Parks quando prende posto su un sedile di autobus riservato ai bianchi.

Lo smacco di Bigica

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Il 18 febbraio del 1995 Massimo Moratti rileva la proprietà dell’Inter da Ernesto Pellegrini.

 

Il nuovo responsabile per il calciomercato è Sandro Mazzola, campione dell’Inter di Helenio Herrera, primo tra tanti incompetenti ex giocatori nerazzurri ad essere assurto ad un ruolo dirigenziale, incaricato dal nuovo Presidente di acquistare tre fuoriclasse come Eric Cantona, Roberto Baggio e Hristo Stoichkov.

 

Partito alla volta di Manchester per l’attaccante francese, Mazzola ne torna con il centrocampista Paul Ince, indomito lottatore famoso principalmente per essere il sosia di Oj Simpson; Baggio, scaricato dalla Juventus, trova più convincenti le lusinghe di Galliani e decide di firmare per il Milan, facendo sì che il numero 10 vada sulle spalle di Benito Carbone; il pallone d’oro in carica Stoichkov, infine, preferisce Parma e i soldi “creativi” di Callisto Tanzi che, impietosito da una grama campagna acquisti, gira a Milano il giovane sconosciuto terzino sinistro Roberto Carlos.

 

Umiliazione finale, per Mazzola, Moratti e tutti noi poveri interisti, lo smacco di Emiliano Bigica, capitano del Bari e della nazionale Under 21 di Cesare Maldini, il quale preferisce la Fiorentina alla Beneamata (arriverà in nerazzurro, in compenso, un altro nazionale Under 21, il libero della Salernitana Salvatore Fresi).

 

Nel frattempo, in totale silenzio, arriva assieme ai vari Pedroni, Rambert e Centofanti anche un tal Javier Zanetti, raccomandato all’Inter da un altro dei suoi tanti ex campioni di nuovo a libro paga: quel principe de la pelota e de la fica che si dice sia stato Antonio Valentin Angelillo.

 

L’unico capitano possibile

 

600full-javier-zanettiJavier Zanetti è una persona talmente noiosa ed austera che in confronto Mario Monti pare Jimi Hendrix. Non beve, non fuma, non si droga, non frequenta le veline. Corre molto, scarta bene di lato ma non sa crossare (e non segna quasi mai).

 

Risulta difficile trovare un solo appassionato di calcio disposto a parlarne male. Il capitano dell’Inter è un grande professionista, si è allenato persino il giorno del suo matrimonio.

 

Javier Zanetti è stato un calciatore senza talenti straordinari, un onesto manovale de la pelota dal fiato lungo e la voce calma di chi dà sempre il massimo, il viso onesto che può avere solo chi rappresenta i valori dell’Internazionale Football Club.

 

Era interista ancor prima di diventarlo, l’unico capitano possibile: una gran brava persona.

 

Ed è soprattutto per quest’ultimo motivo che ne sentiremo la mancanza.

Cronaca familiare

Mortadella nella scheda elettoraleCiociaria Paranoica è la prima guida alla Provincia di Frosinone che vi spiega tutto quello che avreste voluto sapere sulla Provincia di Latina ma non avete mai osato chiedere

Ho sempre desiderato essere un ciociaro come tutti gli altri, nonostante l’assenza delle tipiche guance rosse, della carnagione bianca latte, del collo che fa tutt’uno con la testa quadrata e, proprio per questo, preferirei morire piuttosto che confessare che nessun componente della mia famiglia era presente in quella sezione elettorale dove fu estratta la famosa scheda contenente una fetta di mortadella con su scritto “v’ set’ magnati tutto mo magnat’v’ pur’ chessa”.

Nessun cugino, nessuno zio, nessun marito della sorella dello zio di una cugina: per l’occasione furono convocati rappresentanti di ogni famiglia di Alatri tranne che della mia.

Del resto io sono un ciociaro di prima generazione: il primo Coletta nato in provincia di Frosinone.

A volerla fare romantica, io me li immagino più o meno così, i miei nonni: giovani e con le valigie di cartone in mano.

Indecisi su cosa fare della loro vita, dove andare.

Me li immagino mentre salutano i loro fratelli e sorelle, cugini e cugine in partenza alla volta delle Americhe o in giro per l’Europa o a Milano, Torino, Verona.

Li vedo, loro, i miei nonni che restano soli lì, ultimi ad emigrare.

Me li immagino che varcano il Garigliano e salgono, salgono. Camminano. E dopo un centinaio di chilometri sono troppo stanchi. Si fermano.

“Ti piace qui?”

“Molto”

“Sì, forse Monte San Marino non sarà la Repubblica di San Marino, magari il Cosa e il Sacco non sono il Tigri e l’Eufrate, Gregorovius non varrà Stendhal e probabilmente il campo di Chiappitto non sarà il Maracanà, ma cosa importa? Finché c’è la salute c’è tutto”

“Sì, va bene, mi hai convinto, stanziamoci qui”, deve aver detto mia nonna a mio nonno: ad Alatri, in Ciociaria, un po’ come se io e la mia compagna emigrassimo a Viterbo.

Non sarebbe una cattiva idea: chissà, magari nessun viterbese ha avuto un componente della sua famiglia presente in quella sezione elettorale dove fu estratta la famosa scheda contenente una fetta di mortadella.

Magari per una volta, parlando di elezioni imminenti, potrei sentirmi a mio agio.

Ciociaria Paranoica viene pubblicata da Gente Comune
“Cronaca familiare” è stato pubblicato sul numero di Maggio 2014

John Edward Williams – Stoner (Fazi Editore)

stonerLa Fazi Editore, giunta alla quattordicesima ristampa di Stoner in poco meno di due anni, ha deciso di apporre alla copertina rigida del romanzo una fascetta promozionale che riporta i giudizi sul libro di Ian McEwan e, addirittura, Tom Hanks.

Scrive l’attore americano che Stoner “è una delle cose più affascinanti che vi capiterà mai di leggere” e, sebbene il giudizio di Tom Hanks riguardo un libro possa essere considerato autorevole quanto delle considerazioni di Umberto Eco sul campionato di calcio, difficilmente gli si può dar torto.

William Stoner, unico figlio di genitori contadini, professore universitario, un libro pubblicato, due amici (uno morto in guerra), infelicemente sposato e padre di una figlia che gli sfugge: una vita che risulterebbe monotona e, a tratti, insignificante quella raccontata da John Williams se non fosse per la passione, l’attenzione e l’affetto che lo scrittore mostra verso il suo personaggio.

E’ solo merito di Williams (e non è dato sapere come faccia) se questa cronaca di una vita che non interessa a nessuno – trecentoventidue pagine fatte di periodi brevi, molti dialoghi formali e leggerissimi scarti nell’andamento – riesce a creare un’empatia fuori dal normale tra il personaggio e il lettore, il quale si innervosisce quando Stoner potrebbe farcela ma tentenna e gioisce con lui quando, pochissime volte, ce la fa.

E’ merito della Fazi Editore, infine, aver scovato e proposto in Italia, a distanza di quasi cinquant’anni, un romanzo amabile che non riesce mai ad annoiare e che all’ultima pagina, quando il protagonista muore tenendo tra le mani il suo unico libro (che tu, nel frattempo, assieme a tutti i personaggi comprimari, avevi dimenticato avesse mai scritto – eppure “una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì, e vi sarebbe rimasta”), ti fa mormorare “povero Stoner” come se a mancare, in quel momento, fosse un amico. Un amico vero.

Pubblicato da Popoff il 10 marzo 2014

Luca Canali – Autobiografia di un baro (Mondadori)

Autobiografia di un baro (Luca Canali)Le sale d’attesa dei grandi ospedali sono dei luoghi meravigliosi per leggere. Provare per credere.

Ritiro il tagliandino ammazzacode – ci vorrà parecchio tempo -, mi accomodo, tiro fuori dal giaccone un volumetto tascabile che mi è stato regalato a Natale e che questa mattina, chissà perché, ho deciso di portare con me.

Le informazioni preliminari su tale libretto e sull’autore le intuisco dall’immagine sul fronte (Renato Guttuso, I funerali di Togliatti). La quarta di copertina, invece, mi spiega come questa sia una nuova edizione, rivista dall’autore (Luca Canali, classe 1925, tra i maggiori latinisti italiani), di un romanzo autobiografico uscito nel 1984.

Se da un approccio superficiale l’”Autobiografia di un baro” non lascia ben sperare (noia e nosocomi, poi, sono un binomio più distruttivo di qualsiasi malattia), bastano le prime tre pagine per essere travolti dall’intensità della scrittura dell’autore e della sua esistenza da “truffatore”: dirigente di sezione comunista ma “animale impolitico quanti altri mai” radiato dal partito dopo i fatti d’Ungheria; professore universitario ma “ancora lì a barare, conoscevo poco e male le lingue, lasciavo cadere in disuso il greco, mi atteggiavo a tutore della filologia classica”; bramoso nella sessualità ma impotente di fronte all’amore e spesso a disagio con i sentimenti di figlio, amante, marito, padre.

Il libro è composto da ventiquattro capitoli più un’appendice scritta dalla moglie di Canali: ventiquattro racconti che attraverso i ritratti e le storie dei “personaggi” incontrati dall’autore nel corso degli anni finiscono per disegnare la vicenda di un uomo forse troppo severo con se stesso.

Nessuno può valutare quanto il giudizio negativo di Canali sulla propria esperienza umana sia una forma di autolesionismo legata alla grave depressione e alle nevrosi che l’hanno accompagnato per larga parte della sua vita (approssimativamente e grossolanamente, seguendo i racconti nel libro, dall’espulsione dal PCI in poi).

Mi sento di poter dire, però, che le vite raccontate dallo scrittore mi hanno coinvolto fino a farmi accantonare dopo pochi minuti l’ipocondria che mi aveva condotto in quell’affollata sala d’attesa di un grande ospedale, tanto da controllare se fosse il mio turno solamente durante alcuni fisiologici cali d’attenzione (uno, momentaneo ma terribile, sulla “Lettera al compagno di banco”).

Terminata la lettura, il mio turno era ancora di là da venire. Allora ho barato anch’io: ho sfilato di mano il tagliandino ammazzacode ad un’adorabile vecchina assopita al mio fianco e sono andato incontro alle mie periodiche analisi del sangue.

Pubblicato da Il Mucchio Selvaggio on-line il 24 febbraio 2014

Alberto Calligaris – Ogni cosa che tocco è un’astronave (Round Midnight Edizioni)

xCosa fareste se nella libreria di Udine dove lavorate si presentasse Kurt Cobain cercando di vendervi il reggiseno magico di Sylvia Plath?

Sara, ventenne confusa e confusionaria alla ricerca di una propria personalissima felicità, lo acquisterebbe, finendo coinvolta in un intrigo internazionale dove chiunque può essere buono o cattivo pur di conseguire il proprio obiettivo: non incorrere mai più nel blocco dello scrittore.

Nelle 336 pagine di Ogni cosa che tocco è un’astronave, romanzo stampato in formato mini dalla piccola casa editrice Round Midnight Edizioni, c’è tutto il mondo surreale e lievemente noir di Alberto Calligaris che regala risate, aforismi e giochi di parole ad ogni piè sospinto.

Lo scrittore, friulano trapiantato in Cornovaglia, già autore di due romanzi, un manuale sul sesso e due raccolte di poesie, possiede un senso del nonsense disarmante unito ad una spiccata sensibilità e grandi capacità narrative ed umoristiche.

Calligaris tira fuori dopo qualche anno di silenzio un piacevole romanzetto da lui ritenuto, probabilmente, impellente e, forse per questo, inzeppato di troppe perle e cose da dire, come se questa fosse l’ultima possibilità per scrivere.

Penne come la sua, invece, non dovrebbero mai esser tenute immobili per più di dodici ore.

Pubblicato da Popoff e Globalist il 6 marzo 2014

Fondamenti di diritto ciociaro

bud spencer terence hillCiociaria Paranoica è la prima guida alla provincia di Frosinone scritta dai cittadini per i cittadini: ogni capitolo viene approvato attraverso una consultazione on-line sul blog di Beppe Grillo.

Dopo aver approfondito alcuni aspetti storici della Ciociaria mi accingo ad analizzare alcune tra le più importanti leggi locali.

L’Enciclopedia Treccani definisce come “diritto consuetudinario” quella “fonte di diritto costituita dalla ripetizione costante di un determinato comportamento da parte della generalità dei soggetti, accompagnato dalla convinzione della sua obbligatorietà giuridica”.

Esempio classico di diritto consuetudinario presente in Ciociaria è la faida: secondo la stragrande maggioranza degli abitanti del posto, infatti, il diritto leso può essere ristabilito solamente attraverso l’uso della forza.

E’ uso comune, dunque, non ricorrere alla legge codificata o alle forze dell’ordine per risolvere le controversie.

In Ciociaria le parti lese o in litigio devono rivolgersi agli individui ritenuti maggiormente dotati fisicamente e/o “ignoranti” (dunque degni di stima e di ammirazione).

La cd. “ignoranzità” viene misurata attraverso tre metodi differenti:

  • la grandezza delle mani (attraverso la quale si può ben valutare la potenza di un eventuale schiaffo)
  • il peso (attraverso il quale si può ben valutare la potenza in caso di lotta a terra)
  • le esperienze delinquenziali dell’individuo (spesso narrate dal popolo con tono epico e romantico)

Il processo viene quindi svolto in questo modo:

  • se entrambe le parti coinvolte si saranno rivolte ad un solo bifolco per dirimere la controversia questi, con un giudizio sommario, indicherà il colpevole e lo condannerà ad una pena da lui stesso stabilita
  • se una sola parte si sarà rivolta ad un bifolco per ristabilire un diritto presumibilmente leso, il presunto reo, senza alcun giudizio, sarà vittima della forza della giustizia
  • se le parti si saranno rivolte a due bifolchi differenti questi si scontreranno tra loro in nome dei loro protetti per definire chi tra loro è il più “ignorante” (lo scontro sarà poi narrato dal popolo con tono epico e romantico)

Per chi volesse visitare la Ciociaria è inoltre importante sapere che il codice della strada risulta valido solo per chi non è del posto.

Ciociaria Paranoica viene pubblicata da Gente Comune
“Fondamenti di diritto ciociaro” è stato pubblicato sul numero di Marzo 2014

L’impostazione di Tsipras

1010555_533353360095718_1820689638_nChissà cosa ha pensato Alexis Tsipras, leader della sinistra greca ed europea, nell’entrare nel Teatro Valle lo scorso sette febbraio, se si è sentito spaurito, come me e i miei due amici, nel trovarsi di fronte i fantasmi dei reduci della rivoluzione d’Ottobre e quegli ultimi guardiani del feretro di Togliatti che si rendono eterni in circoli culturali autoreferenziali ed autoreferenziati.

Questo greco che pare avere l’accento di un sovietico (cit. uno dei miei due amici), che somiglia all’ex allenatore dell’Inter Stramaccioni, anzi, no, a Mr. Bean, probabilmente non si aspettava di incontrare una platea di ottuagenari che annuivano e sorridevano commossi di fronte al paraculismo ellenico di chi vuole adulare una sinistra italiana che non esiste.

Tsipras è venuto a venderci un futuro europeo e poco importa se crederci davvero è un gioco intellettuale per pochi e se i rimasugli dei vecchi e nuovi partiti della sinistra italiana abbiano voluto utilizzare lui e i promotori della lista come cavallo di Troia per rientrare in gara.

Poco importa perché, stando a quell’oretta di monologo e a come l’ho interpretata io, mi pare che l’impostazione di Tsipras sia quella corretta.

Al contrario di Grillo, il greco non mira a distruggere una classe dirigente e le sue istituzioni.
Al contrario di Renzi, Tsipras non mira solamente a sostituirsi ad una classe dirigente.
Il discorso di Tsipras (sì, quello che ha emozionato la salma di Lenin, giunta al Teatro Valle giusto in tempo) ha un respiro sovranazionale e un’ottica di lungo periodo che sono estranei alla sinistra italiana: il greco – e non Renzi – ha veramente le caratteristiche di chi fa parte della generazione Erasmus, definizione orribile che tanto piace citare al nostro Presidente del Consiglio, quella generazione che si rende conto che da soli tristemente moriamo e che vorrebbe ricordare alla sinistra che quello occidentale contemporaneo non rappresenta l’unico sistema economico possibile.

Perché scrivere solamente ora di un incontro tenuto un mese fa?

Perché mi pare che, pur raccogliendo una parte di sinistra che mi risulta ormai di difficile comprensione e digestione, questa Lista Tsipras avrebbe potuto rappresentare – almeno nelle intenzioni – un ottimo spunto per un rinnovamento politico ed invece, da quel che riesco a leggere nel poco spazio che è riuscita a guadagnarsi sui giornali italiani, sembra che, per le prossime elezioni europee, del piccolissimo contributo nostrano al miraggio di una prospettiva socialista e di un’Europa pronta a superare i particolarismi nazionali – sia dal punto di vista politico che da quello economico – sia rimasta solamente la solita baruffa tra fazioni: vecchi brontoloni contro giovani dirigenti e quadri di partiti da due soldi, grandi intellettuali contro piccoli radical chic, progressisti contro ultras della politica.

Tutti trincerati, naturalmente, dietro l'”essere espressione” della cosiddetta “società civile”.

Funerali di Togliatti

Emmanuel Carrère – Limonov (Adelphi)

c235eae35411b95e3b1a2f6ff56fab1c_w_h_mw650_mhQuando si parla di Paesi che conosciamo solo superficialmente e “per-sentito-dire”, quando il tempo per approfondire le questioni che li riguardano stentiamo a trovarlo ché, in fondo, “abbiamo già i nostri guai” e poi, mentre scoppiava questo casino della Crimea, io ero in vacanza, la realtà politica internazionale viene ridotta ad una questione di tifo: “io sto con l’Ucraina perché Putin è uno stronzo”, dice un signore sulla sessantina mentre prendo il caffè in un bar qui al Quadraro. Un ragazzo gli risponde che “Putin è amico di Berlusconi” e si lascia andare, ridendo, ad illazioni su loro avventure con ragazze disponibili.

“Anch’io sto con l’Ucraina”, penso ascoltandoli, “perché la Russia e Putin mi sono indigesti: mi spaventano, sarà per quei volti impassibili, sarà perché la loro tracotanza ci fa sentire tutti così piccoli e pronti a soccombere” [la trascrizione di questi miei pensieri approssimativi è alquanto edulcorata ed italianizzata].

Mentre bevo il caffè mi chiedo cosa penserà Eduard Limonov in proposito, Édichka Limonov, ultimo degli eroi romantici, protagonista di una vita che sembra un romanzo epico: sarto, vagabondo, ubriacone, maggiordomo, scrittore e poeta, esule, mercenario, prigioniero, fondatore e leader del partito nazional-bolscevico russo.

Una vita raccontata, in modo mai banale, dallo scrittore e regista francese Emmanuel Carrère: Limonov è una biografia di trecentocinquantasei pagine (edita da Adelphi) di un personaggio contraddittorio che suscita fascino e fastidio, compassione e detestabilità.

Credo sia proprio l’instabilità emotiva, di Carrère come del lettore, nei confronti di un uomo sconfitto – che, tuttavia, non ha mai posto limite agli slanci vitali e alla propria esistenza – ad aver reso, nel mio immaginario, questo avventuriero politico e – per la critica nostrana – scrittorucolo da due soldi uno dei grandi protagonisti della seconda metà del novecento e dei nostri giorni.

Tornando a questa mattina, rientrato a casa mi è capitato di leggere un’intervista di qualche giorno fa rilasciata da Limonov a “La stampa”.

Il capo del partito nazional-bolscevico, oggi settantunenne, avversario politico di Putin e accusato di terrorismo dal governo di quest’ultimo, si dichiara pronto ad intervenire con una banda di volontari per sostenere l’indipendenza della Crimea ed i russi d’Ucraina.

Vi dirò, se Limonov fosse solo il protagonista di un romanzo farei il tifo per lui. La realtà è, invece, talmente ingarbugliata ed io tanto superficiale da conoscere la questione Ucraina-Crimea-Russia in modo così approssimativo che non posso far altro che guardare Édichka con affetto e simpatia ma continuare a fare il tifo per quelli che, se non ho capito male, stavolta sono i buoni: gli ucraini.