Pietre

P

Ieri cʼera un mal di testa che spaccava le pietre, e così mi sono chiuso in casa a giocare con mia figlia e mi è passato. Mi sono poi reso conto che, nonostante nellʼultimo anno abbia passato obiettivamente più tempo con lei che con chiunque altro, lʼabitudine lo aveva reso meno divertente per entrambi negli ultimi mesi. Non era certo questo tarlo la causa del mal di testa che spaccava le pietre (e magari cʼentrava la prima fioritura dei tigli, arrestata fortunatamente oggi dal ritorno di un po’ di freddo) ma piuttosto il fatto che non ne posso più di leggere, sentire, scrivere, parlare della pandemia. Non ne posso più neanche di rispettarne le regole, della dannata solitudine delle amicizie via whatsapp, delle soluzioni al problema non perseguite per interessi commerciali o elettorali – ma appena scrivo questo ecco che il mal di testa torna a spaccare le pietre.

Quando mi sono trasferito da Roma ad Alatri (FR) sette anni fa ho lasciato lì alcuni libri e altre cose, promettendomi di andare a riprenderli prima o poi – magari pensando che in tempi brevi saremmo tornati indietro, e invece no. Tra questi libri lasciati a Roma dovrebbe esserci anche unʼedizione molto economica delle lettere di Gramsci, che nellʼappartamento dove abito ora ho cercato molte volte (ma non ho mai trovato) per rileggere con un altro approccio – non più da figlio ma da padre – le lettere che Gramsci scriveva ai figli Delio e Giuliano.

Ricordo che papà Gramsci utilizzava spesso toni che a me sembravano duri e di rimprovero verso Giuliano, il figlio che non aveva mai conosciuto – forse per stabilire unʼautorità e un ruolo che, dal confino, sapeva di non poter avere fattivamente. Certo, il giudizio su queste lettere è viziato dal fatto che non ho idea del trattamento che Giuliano nelle sue lettere di bambino riservava al padre, però ricordo di aver immaginato più volte che Gramsci – provato dal carcere e dalla salute che lo stava abbandonando – avesse della grandissima rabbia e dei dubbi insormontabili sulle sue scelte.

In quella che – a memoria – credo che sia lʼultima lettera a suo figlio Delio, Gramsci prova a ritrovare sé stesso nel figlio («Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età […] non può non piacerti più di ogni altra cosa») e a rileggere la storia secondo quella che è la sua visione del mondo («riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi»). Papà Gramsci termina questa lettera a Delio con una domanda («ma è così?») nella quale oggi leggo un «ne è valsa la pena?», il sacrificio per unʼidea è valso a qualcosa? E quellʼidea era davvero valida? Che amarezza rileggere il senso di colpa dellʼeroe – e immaginare il tormento dei suoi figli – sapendola oggi, appena un secolo dopo, sconfitta.


Carissimo Delio,
mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?
Ti abbraccio.
Antonio

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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