Su Battiato

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Battiato è mancato per due volte nellʼarco di pochissimi anni: la prima volta quando annunciò ufficialmente la malattia e il ritiro dalla vita pubblica e da quella artistica con «Torneremo ancora»; la seconda ieri, quando ha lasciato questa vita.

Eravamo preparati a questo secondo lutto, ma i miei sentimenti sono stati gli stessi provati la prima volta: gratitudine per lʼarte, lʼispirazione e la compagnia; smarrimento per la certezza che di quella musica e di quella presenza non ne avremo più. Mi rendo conto che questʼultimo sentimento è alquanto egocentrico, e che non ha a che fare solo con un sincero affetto per la figura ma anche con la giovinezza che va via, con la paura di invecchiare e poi mancare.

La musica di Battiato mi ha accompagnato da quando ero piccino. Ricordo che una volta i miei portarono me e mia sorella – lʼunica nata fino ad allora – ad ascoltare Battiato al palatenda di Fiuggi. La mia educazione musicale aveva già previsto un concerto di Bennato e uno di De Gregori – che non avevano nulla a che vedere con quello (meno affollato e più ordinato) di Battiato, che sul palco aveva tuttʼaltra vitalità. Mi torna in mente che a un certo punto di quel concerto una signora lanciò un urlo. Si fermò la musica, la donna si buttò a terra in preda alle convulsioni, entrarono i volontari della croce rossa e la caricarono su una barella. Mentre veniva portata via la donna urlò: «Battiato!» e gli fece il gesto dellʼombrello – erano gli anni Novanta, andava di moda. Battiato rise col cuore e con gli occhi, aprendo appena la bocca. Poi riprese il concerto. A ripensarci oggi, non so se quella gag fosse studiata. Non sono neanche sicuro se fu dopo quella serata che iniziai ad ascoltare Battiato autonomamente o se avessi iniziato già prima.

Siccome scrivo a proposito di (più o meno) tutto quel che mi colpisce, mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa anche su Battiato, una specie di piccolo tributo sensato alla sua musica: le parole giuste, però, sono rimaste in silenzio e le uniche che sono venute fuori sono parole che hanno a che fare con il tempo che non tornerà più.

Mi sono piaciute però molto le parole che ha scritto Riccardo Marra ieri. Mi perdonerà se le faccio mie, le metto qui in questa specie di diario per ricordarle: «gli andrebbe dedicato un monumento. Ma non una statua di quelle classiche, su cui si poggiano i piccioni. Magari una porta trionfale, un palazzo, una navicella spaziale in marmo, un intero vigneto o forse no: anche giusto un albero, una singola mattonella, un ciuffo d’erba, un granello di terra. Tanto in ogni caso, è solo un punto di partenza».

Qui il link al pezzo di Riccardo: https://www.ilcibicida.com/extra/essere-franco-battiato/

A proposito dell'autore

Antonio Coletta

Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in “Calcutta. Amatevi in disparte” (Arcana, 2018) e pubblicato la raccolta di racconti "Mia madre astronauta" (Ultra, 2019).

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Antonio Coletta

Antonio Coletta è autore, ufficio stampa e redattore editoriale freelance. Ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in «Calcutta. Amatevi in disparte» (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti «Mia madre astronauta» (Ultra, 2019) e partecipato all'antologia «Qui giace un poeta» (Jimenez, 2020) con un racconto su Roberto Bolaño.

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