Ora che ho qualche anno ed esperienza sul groppone vedo nei film dell’età adulta di Nanni Moretti un costante tentativo di elaborare un lutto: la vita che credevamo e che non è stata, e non sarà; l’impossibilità di governare le vite e i destini degli altri; un certo senso di impotenza di fronte alla fine del mondo per come lo conoscevamo e all’impossibilità di quello che, da giovani, avevamo immaginato.
Non si dovrebbe mai tornare dove si è stati illusi, come fa Moretti in La messa è finita. «Mamma e papà invecchiano e io non lo sopporto, capiterà anche a noi», dice don Nanni a sua sorella, subito prima di intonare il bolero del ritorno di Bruno Lauzi («ritornerai, lo so, ritornerai»). È un’ultima scena di armonia, prima che la sua famiglia e i suoi amici mandino in frantumi le sue certezze.
Niente è quello che sembrava, non ci attende «un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno». L’età adulta diventa un esercizio costante del ricordo e del rimpianto. A quel punto è necessario andare via, «molto lontano, in un posto dove c’è un vento che fa diventare pazzi, e dove hanno bisogno di un amico».
Torna il bolero del ritorno di Bruno Lauzi: la tensione si scioglie in un ultimo momento di armonia tra tutti i suoi affetti, a dirci che la vita va avanti anche senza di noi e che, in fondo, diamo troppa importanza al nostro posto nel mondo. Moretti assiste impassibile alla trasformazione dell’aula della sua chiesa in una sala da ballo e poi, forse risolto, lascia spazio a un giusto sorriso.
«E riderai, quel giorno riderai».